Il corteggiatore e le parole al vento

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Paul Gauguin – The Swineherd, Brittany – 1888

 Nel paese le chiacchiere spesso volavano come il vento tra le vie e le piazzette e, come il vento, a volte erano stuzzicanti e giocherellone , altre  sferzanti, fastidiose, gelide, ostili. Da un paio di settimane non si parlava d’altro nei punti di ritrovo della gente: il professorino era stato denunciato  per corteggiamento scriteriato e nel paesello fu come se si fosse abbattuto un forte Grecale. In effetti il professorino, vista la sua carriera di docente  e di ricercatore, era un professorone. Aveva pubblicato alcuni libri scientifici e collaborato con varie università europee, ma per la gente restava sempre il professorino per via del suo corpo esile e della bassa statura nonché per l’impatto sociale che nel paese era minimo. Non era schivo ma, gira e rigira, per i più restava inconcludente. Criticava spesso, partecipava poco, curiosava alquanto, litigava sovente. Alcuni lo additavano come genio, altri, molti altri, facevano spallucce. Non si poteva nascondere, inoltre, che il prof era un tipo un pochetto strambo, almeno lo era stato in gioventù con quella fissa per le poesie. Ne scriveva di ogni tipo e tema, in rima, in dialetto, in prosa, in musica e, da giovane usava spesso intervenire poetando a squarciagola. Lo faceva in mezzo alla strada, al centro delle piazze, al bar, così, senza un motivo o una richiesta, a volte per corteggiare una ragazza, per salutare qualcuno che passava a miglior vita, per osannare un Santo e mai nessuno veniva colpito da incanto sentendo i suoi versi. Era comunque una cosa innocua, ritenuta bizzarra e nulla più, così come certe sue lunghe  fughe nella lontana casetta di campagna,  in compagnia del silenzio, degli animali e delle piante Poi il professorino si sposò con una brava donna, ebbe delle figlie e si dedicò forsennatamente alla ricerca scientifica e, un po’ meno, all’insegnamento e alla famiglia.

 A quasi settant’anni, il professorino si invaghì di una giovane, avvenente e tosta signorina,  che in amore era stata capricciosa,  che combatteva quotidianamente con un padre rozzo e vagamente maschilista, ma le battaglie le vinceva quasi tutte lei, come non si sa. Il prof, già in pensione,  viveva separato nella bella casa di paese: la moglie  era ormai un’acciuga trasparente, una figlia era andata a fare carriera medica oltreoceano, l’altra era rimasta intruppata con una setta religiosa. Così il professorino, folgorato dall’avvenenza  della quarantenne,  aveva ripreso foglio, penna e voce e ogni giorno si appostava sotto il suo balcone e urlava frasi d’amore e versi sconnessi. A volte  la seguiva al lavoro o al supermercato. Non andava oltre, ma questo bastò alla gente per divertirsi, ricamare e cucire,  sollazzarsi e bearsi così come accade al levarsi del Ponentino dopo una pesante giornata di calura.

 La signorina inizialmente si esaltò, ma un bel giorno ne ebbe abbastanza di quella ridicola situazione e presentò denuncia ai carabinieri. Chiacchiere e pettegolezzi si rafforzarono e il paese fu scosso  da un impetuoso vento di Levante. In realtà in pochi nel paesello furono sorpresi della denuncia per corteggiamento insensato. I compaesani si aspettavano da tempo che il prof ne combinasse qualcuna, le bizzarrie di gioventù non erano state dimenticate e a poco era valsa la pur rispettabile carriera di ricercatore  fatta di studi e di seri impegni.

 I prodi dell’Arma di un paesello, si sa, cercano di fare da paciere tra i contendenti per evitare scocciature reciproche, specie se il contendere sfiora l’illegalità senza entrarci dentro in pieno. Insomma, non essendo una denuncia per stalking vero e proprio, si poteva tentare la via del buonsenso, ma con quei due ci fu poco da fare: caduto il frizzantino del corteggiamento ed esaurita la vena poetica, se ne dissero di cotte e di crude.  Ben presto vennero chiamati i testimoni, amici di amici di amici a dire la propria. Ognuno diede una sua versione, opinò in maniera personale, discusse su fatti non conosciuti, riportò, inventò se necessario, ritrasse se utile. Nei circoli e nelle associazioni non mancarono le scommesse e le puntate, nei gruppi wapp fiorirono le barzellette, in quelli di preghiera le recite tipo Via Crucis con esilaranti stazioni a tema.

 Un Ostro, poi,  si adagiò nel paesello: l’attesa della sentenza fu  in ogni dove. Quando questa arrivò il paese fu attraversato da un Libeccio che portò una veloce tempesta. Il professorino fu condannato a vivere per cinque anni nella casetta di campagna, senza poter più mettere piede nel paese. La signorina seppe approfittare della tempesta per fare le valigie e cercare una vita migliore lontana da quel padre ingombrante e dagli stolti corteggiatori.  La moglie del prof rifiorì, riprese peso e voglia di vivere, si iscrisse in palestra e a una scuola di ballo e spesso  la si sentiva  canticchiare per strada. Le dicerie cessarono e le bizzarrie del prof quasi mancarono ai compaesani che dovettero trovare altro su cui ricamare. Qualcuno ogni tanto portava delle news dalla campagna: il professore, stregato dalla bellezza bucolica e da uno Zefiro compiacente, aveva ripreso a scrivere poesie e le declamava alle mucche e alle pecore che, pareva, gradissero. In effetti mai il latte di quelle parti era stato così abbondante e buono.

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Gli scrittori-blogger e le perle rare

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Tra i blog che seguo con maggiore interesse ci sono quelli degli scrittori. L’interesse nasce dall’essere io una discreta lettrice e dal fatto che mi piace scrivere nel mio blog piccole cose senza essere una scrittrice. Seguire, quindi, uno scrittore-blogger può significare incrementare il mio piacere di lettrice e la mia abilità di scrittura e può significare condividere, disquisire, interagire, confrontarsi con l’Autore. Bellissimo, questo, quando accade: può anche divenire occasione di crescita per entrambe le parti. Inutile dire che lo scrittore deve essere bravo, bravo per me che leggo, cioè deve possedere quello stile di scrittura che piace a me e affrontare temi interessanti, sempre per me.  La piacevolezza della lettura, si sa, sfocia sempre nella sfera personale. Poco mi importa se gli scrittori blogger sono famosi o meno, e non mi importa nemmeno se pubblicano libri in modo convenzionale o in self- publishing. Mi interessa l’emozione che la loro scrittura, vuoi che sia di un racconto lungo,  a puntate o di un breve brano, riesce a darmi. Mi piace leggere con attenzione e scoprire tra le righe del blog tasselli della personalità di chi scrive. Posso anche non commentare, restare in assoluto silenzio o interagire. Dipende. Comprare i loro libri, recensirli o leggerli in assoluto anonimato. Dipende.

Premesso che ( questo vale per tutti i tipi di blog)  fare il buon blogger non è cosa facile perché fondamentalmente è  una passione, perché occorre del talento e aprire un blog  per forza, senza che se ne abbia la propensione, magari perché te lo suggeriscono, non serve a nulla, perché un blog richiede lo studio di un certo linguaggio, richiede costanza e conoscenza delle regole del gioco del web e, premesso che essere bravi scrittori non significa automaticamente essere bravi blogger, con gli scrittori – blogger l’interazione è spesso molto difficile. Di solito sono persone che curano un blog per scopi ben precisi, per promuovere i loro libri (nulla di male, per carità) e questo tende a distaccarli dagli altri: amano i circoli chiusi, cioè interagire solo coi blog di colleghi, sono periodici, aggiornano i siti secondo il loro momento commerciale, non si interessano di cosa hanno da dire gli altri, spesso nemmeno rispondono ai commenti  dando un’impressione di altezzosità. Alcuni a volte lasciano qualche like per pura cortesia, altre volte creano il contatto con due, massimo tre passaggi nel tuo blog e poi spariscono. Magari restano delusi da ciò che pubblichi tu, può ampiamente essere, forse non hanno tempo, presi come sono a scrivere e scrivere, ma sul discorso tempo prendo ampie riserve perché questo è un problema comune a ogni categoria di blogger.

Non tutti gli scrittori blogger sono così, ovviamente. C’è chi è aperto e disponibile al confronto e alla condivisione, chi coi suoi lettori sa essere generoso, mettendo a disposizione di tutti, gratuitamente, molti racconti e/o interi  libri. C’è anche chi si interessa alle umili cose che scrivono gli altri, chi sa essere presente nel tuo spazio, chi instaura con te un seppur minimo contatto privato senza alcun fine se non quello di dichiarata simpatia e stima. Non sono molti questi ultimi, direi perle rare. E se hai la fortuna di incontrarne qualcuno  in questo mondo di blogger, puoi solo esserne contento. Così come ti addolora se questo qualcuno improvvisamente lo perdi per gli accidenti della vita.

Troppo forte il termine dolore per la blogsfera? No, direi di no: , qui ci siamo persone in carne e ossa, mente e cuore, seppur dietro uno schermo di plastica, e perdere una perla rara, per disponibilità, generosità, attenzione verso gli altri e grande capacità di scrittura, dà un sincero e profondo dispiacere.

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Vladimir Kush – Diary of Discoveries

Passeggiando per l’Herastrau Park

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Mi sono recata da recente per lavoro in varie zone della Romania e col mio gruppo mi sono concessa un weekend a Bucarest. E’ una gradevole città che sta cercando di crescere, seppur lentamente, di scrollarsi di dosso la fame e di assaporare la libertà. Bucarest, che scopiazza in molti punti, e malamente, Parigi, non ha il fascino di altre capitali dell’Est Europa quali Praga e Budapest, ma sa sorprenderti per varie cose. Innanzitutto per gli spazi enormi: strade, piazze, monumenti, musei, palazzi, parchi, tutto sembra spropositato, dilatato, allargato e forse è per questo che alla fine apprezzi di più il vecchio e accogliente centro storico fatto di strade, vicoli, locali, di dimensioni ridotte. La città è famosa per i parchi, anche essi enormi e uno di questi, l’Herastrau Park, sono riuscita a visitarlo.

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E’ un parco immenso che si sviluppa attorno al fiume di Bucarest e al suo bel lago.  Sin dall’ingresso lo sguardo si perde immediatamente nelle lunghe distanze, negli spazi aperti, delimitati da sentieri ben tenuti che ben presto si immergono nella variegata vegetazione. Nel parco si trova un interessantissimo museo etnografico a cielo aperto sulla storia contadina della Romania e ci sono zone diversificate per tutto: bici, relax, giochi per grandi e piccini, sgambettamento cani, giardini giapponesi per il Tai Chi, viali per il passeggio, zone per lo sport e la vela e trovi anche un teatro, molti localini per bere e mangiare, negozi per lo shopping e tante grandi piazze con panchine e sculture varie e a tema. Tra queste ultime mi ha colpita  la EU Square, la piazza dedicata ai Padri fondatori dell’Europa Unita.

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Di forma circolare, è delimitata da 12 grandi statue di bronzo che raffigurano i fautori dell’unità Europea. Gli italiani sono due: Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi. Naturalmente li ho fotografati.

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Segue la zona circolare con le stelle e poi c’è un grande cerchio pavimentato con mattoni ad altezze irregolari e in alto svetta la bandiera Europea. La sfida per grandi e piccini è riuscire a camminare sopra la pavimentazione di mattoni senza cadere.

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Ci provano in molti e assicuro che è assolutamente non facile. Gli architetti che hanno ideato questa piazza e, ancor prima, i Padri costituenti, sapevano già che riuscire a camminare tranquilli e veloci per l’Europa Unita non sarebbe stata cosa semplice. E lo stiamo scoprendo tutti.

Lo smalto

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Non ha ancora trenta anni, è una bella donna, quasi una femme fatale per come si veste e si trucca. La tradisce il profumo spruzzato in abbondanza: di pessima qualità, è violento, aggressivo, disturbante. La signora ha gli occhi piccoli e guardinghi e scuote nervosamente la folta e lunga chioma nera. E’ sulla difensiva. Parla poco di sé e del figlio, dice solo che è separata, che vive a casa dei genitori e che il bimbo ha frequentato l’asilo poco e male  per colpa delle maestre. Preferisco non indagare e, poiché il piccolo piange e sta aggrappato a lei, la invito a restare in classe finchè non si tranquillizzerà.

Questo si ripete nei successivi due giorni di scuola. La signora resta in classe per circa un’ora, in silenzio, osserva tutto con sguardo nervoso e tiene il cellulare sempre ben in vista. Il bambino, intanto,  si incuriosisce un po’, inizia a interagire con noi maestre e si interessa a qualche compagnetto. Il problema si sta risolvendo e il quarto giorno la signora resta in aula solo dieci minuti  perché il bimbo è più sereno. Noto che è sempre vestita sgargiante e che ha cambiato lo smalto alle unghie, prima nero, poi verde e ora multicolore e con saette gialle su ogni dito. Prima di andar via la signora lascia un paio di quaderni e mi accorgo che non c’è il nome dell’alunno. Sono alle prese con un piccolo litigio da sedare tra due bimbette e prego la signora di scrivere il nome del figlio sulle copertine per non confondere i quaderni. Quando torno alla cattedra la signora è immobile con la mia penna in mano. Mi guarda dritta negli occhi e mi dice che non può scrivere il nome e cognome del figlio perché è analfabeta.

Resto di sasso e lei continua a guardarmi con un senso di sfida misto a naturalezza. Naturale? Normale che dopo quasi 100 anni di istruzione elementare obbligatoria, ci siano ancora persone, giovani e meno giovani,  analfabete?!? Analfabete tali da non saper scrivere a stampatello il nome e cognome del proprio figlio??? Non posso crederci!

So che devo stare zitta, che devo farmi i fatti miei, forse compatire e pensare “poveretta”, che devo stare calma e far finta di non aver sentito o capito. So tutte queste cose; situazioni del genere me ne saranno capitate al massimo quattro in tutta la mia carriera scolastica e sono stati sempre casi di genitori avanti negli anni, umili, semplici, ma questa mamma, questo suo sguardo baldanzoso, questa mise esterna tutta fatta di modernità e sfacciataggine, questa età così giovane, questa bellezza, …tutto l’insieme finisce con l’imbufalirmi.

Le chiedo di seguirmi nella stanza docenti e la guardo con sicurezza:“ Che sta aspettando ad andare a una scuola per adulti? Le pare normale essere un’analfabeta? Come farà ad aiutare suo figlio negli studi? Come farà a leggere un documento importante o anche un bel libro??? Come farà a guidare un’auto??? Che se ne fa di quel telefonino in mano se non sa scrivere o leggere un semplice messaggio?!?”

Sono un fiume in piena!

Sorpresa da questa mia reazione a muso duro, la giovane mamma non sa che dire. Forse è abituata al compatimento o al lassismo. Prendo un pezzo di carta e scrivo il numero di telefono della scuola secondaria dove insegna mia sorella:” Chiami in questa scuola, stanno per iniziare i corsi serali per adulti e sono gratuiti. Telefoni e si iscriva. Se avrà problemi sarò a sua disposizione. Telefoni subito, oggi stesso, ha capito?!?”

Mi guarda, non sa se affrontarmi come nemica o decidere di fidarsi, di prendere consapevolezza che è ora di agire, di svegliarsi, di darsi una mossa, di migliorarsi. Per sé e anche per suo figlio. Abbassa lo sguardo sul foglietto, lo prende e va via senza dire nulla.

Non la vedo per parecchi giorni, l’alunno viene accompagnato dalla nonna. Due giorni fa la  signora si presenta in classe.  Ancora più bella con i capelli raccolti in una coda ordinata e con un delicato smalto rosa alle unghie con i pois bianchi solo sui mignoli, mi chiede di aiutarla a compilare il modulo per i corsi serali: “ Le affido mio figlio, maestra, e molto di me. E’ arrivato il tempo di cambiare, migliorare, crescere.” La guardo seria e poi le dico: “L’aiuterò se lei aiuterà me. Con lo smalto sono un disastro e mi piace molto questo suo rosa tenue con i pallini sui mignoli. Mi insegnerà a stenderlo?”

 

Tutta nuda

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“Morning light” di Serge Marshennikov 

Estate torrida, questa che in Sicilia pare non debba finire mai. E il gran caldo, si sa, può portare a prendersi delle libertà tra le mura della propria casa. Questo ha pensato e fatto una giovane signora della mia città: girava nuda per casa certa di non essere vista da nessuno. Il caseggiato di fronte è disabitato da anni e lei stava esercitando un semplice diritto, intimo e privato, nella tranquillità e solitudine della sua dimora. La signora, però, non si era accorta che da alcuni giorni nella casa dirimpettaia erano stati avviati dei lavori di ristrutturazione e che un gruppo di muratori l’aveva notata. Notata, filmata, fotografata e …condivisa. Appena compreso ciò , la giovane donna non ha esitato un attimo a denunciare il fatto alla polizia. Due uomini ora rischiano la galera  per interferenze illecite nella vita privata mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva. Il reato è punibile con una condanna compresa tra 6 mesi e 4 anni di reclusione ( articolo 615 bis del codice penale che punisce chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata che si svolgono all’interno di abitazioni private o di altri luoghi di privata dimora).

Il fatto non ci sorprende, purtroppo. Siamo nell’era 3.0, dello smanettamento forsennato, del non rispetto, del sollazzo stupido o, peggio, finalizzato a turpi azioni di tipo ricattatorio. Qualcuno si è sorpreso per la denuncia della vittima, altri si sono meravigliati per la severità dell’eventuale condanna, molti hanno dimostrato solidarietà alla signora e non è mancato chi ha incolpato la stessa che avrebbe comunque dovuto provvedere ad abbassare le tapparelle delle finestre invece di rischiare e di costringere dei lavoratori a interrompere le proprie mansioni. Stendiamo un velo pietoso su questi “illuminati” pensatori.

In parecchi, invece, abbiamo riflettuto sulla vacuità dei nostri giorni. Come si cambia! Un tempo riuscire a carpire fortuitamente la visione di un corpo nudo di donna, financo di una caviglia, avrebbe ispirato sentimenti e  intimi e inconfessabili turbamenti, splendidi versi poetici, mirabili brani letterari, tele strepitose. Oggi…si fa un  filmino di pessimo gusto e qualità da condividere, nell’ipotesi migliore, con gli amici della birreria. E si finisce, si spera, in carcere.

Siamo ormai terra terra.

Da persona, donna o uomo che io possa essere, rivendico, insieme alla mia concittadina, il diritto di girare nuda per casa mia, estate o inverno che sia, in assoluta intimità e di non avere violata la mia privacy per nessun motivo. Da donna potrei, forse, solo accettare di divenire inconsapevole Musa di splendidi versi poetici ma, ahimè,  sarei dovuta nascere in altra epoca.

“Tutta nuda”

Te, nuda dinanzi la lampada rosa,

e gli avori, gli argenti, le madreperle,

pieni di riflessi

della tua carne dolcemente luminosa.

Un brivido nello spogliatoio di seta,

un mormorio sulla finestra socchiusa,

un filo d’odore, venuto

dalla notte delle acacie aperte,

e una grande farfalla che ignora

che intorno a te

non si bruciano le ali,

ma l’anima.

Luciano Folgore

(da Città veloce. 1919)

Bolero

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Cris abita in un palazzetto un po’ aristocratico e un po’ demodè da quasi un anno. Un voluto trasferimento lavorativo l’ha portata in quella bella e fredda città del Nord e, benchè le manchino tanto il suo Sud e la sua famiglia, non se ne lamenta e considera tutto come una necessaria parentesi di vita o come una opportunità di cambiamento. La città è interessante, c’è sempre qualcosa da vedere nei  pomeriggi liberi: mostre, monumenti, paesaggi, quartieri eleganti. Per il resto le sue conoscenze si fermano all’ambito lavorativo e, seppur superficiali, tra qualche famigliola del palazzotto. Non ha ancora chiaro chi abiti quei nove appartamenti, sa che in quello sopra di lei sta una anziana coppia di coniugi, peraltro fredda e distaccata, tipico di chi non vuole avere rapporti con “stranieri”, in quello di fronte vivono due sorelle avanti negli anni con cui ha preso qualche the e speso alcune chiacchiere e l’appartamento sotto è di un vedovo, un cardiologo che vi abita  con due ragazzini e l’anziana madre, signora gentile e sorridente, forse l’unica ad averla accolta in quello stabile, dopo il portiere. Cristina non dà fastidio a nessuno, è attenta alle regole di civile convivenza e non ha tempo e voglia di instaurare vere amicizie. Aspetta Ferragosto per ritornare a casa sua, dove il cielo è azzurro come i suoi occhi e il mare ha tutte le tonalità del blu. Dove ha lasciato lui. Dove forse lui non l’attende più.

Pochi giorni fa, però, in una notte calda e stellata, per la prima volta Cristina arrecò disturbo e qualche scompiglio tra gli abitanti del condominio. Inquieta e pensierosa, si sentiva sola come non mai e ebbe una decisa crisi di nostalgia per la sua famiglia, per gli amici, la sua casa, il suo blu. E per lui.
Per calmarsi era necessaria un po’ di buona musica; Cristina sapeva che era già trascorsa l’una e poteva infastidire qualcuno, ma al diavolo tutto e tutti. Così accese lo stereo a tutto volume e le note del Bolero di Ravel invasero i suoi pensieri, l’appartamento e lo stabile. Quella melodia uniforme, ripetuta e crescente, pazza e provocatoria, lei sa anche ballarla, non su un tavolo come vide magnificamente fare a una ètoile a teatro, ma a piedi nudi su un tappeto. E’ una musica che le ha sempre dato forza, magia, catarsi e sostegno. Così, al lieve attacco del flauto, Cristina accennò qualche timido passo di danza per prendere il ritmo e, quando sentì l’ingresso del clarinetto e del fagotto, tentò di svuotare i pensieri e iniziò a infondere plasticità al suo corpo con semplici movimenti geometrici. Ah, se lui l’avesse vista in quel momento mentre alzava lentamente le braccia o inarcava la schiena: sarebbe rimasto incantato! Ma lui, il suo lui, chissà dov’era.   Nella partitura entrarono altri gruppi strumentali dagli impasti timbrici sempre più complessi e raffinati e lei mise forza, ampiezza e stile ai movimenti, seguendo il ritmo del tamburo che le faceva martellare cuore e mente. Cris era straordinaria nella sequenza crescente e sferzante dei movimenti, sempre più sensuali e decisi. Accompagnava il crescendo musicale con piroette, piegamenti, abbracci e sguardi sempre più fieri e determinati. Se solo lui avesse incontrato quegli sguardi! Avrebbe capito che lei stava affrontando tutto con estrema forza per il loro futuro. Avrebbe meglio compreso l’ opportunità che gli stava offrendo con quel lavoro al Nord: lasciare tutto e tutti per correre da lei, per cambiare vita, insieme, per sempre.
La musica del Bolero si avvicinava al culmine con la progressiva partecipazione di tutta l’orchestra e riempiva ogni angolo dell’appartamento. Cris sentì lo squillo del telefono e il campanello della porta, sicuramente il portiere e qualche altro suo vicino erano corsi per protestare, ma lei ignorò e continuò la sua danza forsennata, incantatoria, orgiastica. No, no, lui non l’avrebbe mai seguita, non sarebbe stato capace di dare un colpo di spugna a quel tanto o poco che aveva costruito laggiù, e lei lì non poteva farne parte. No, no…era arrivato il tempo di chiudere.
Nell’accordo dissonante finale del Bolero si ritrovò a terra in posizione balasana. Lentamente riprese a respirare, aprì gli occhi e, nel silenzio ritrovato, attese che il ritmo del cuore tornasse normale. Poi si sdraiò supina e stette a lungo a osservare gli stucchi del soffitto di quella stanza. Sentiva movimento sulle scale e qualche borbottio e decise di non farci caso. Si alzò, fece una lunga doccia, poi andò a dormire senza sogni.
Il pomeriggio seguente preparò dei biscotti al pistacchio e cannella, antica ricetta di famiglia, e ne lasciò due vassoi in portineria per chi avesse voluto assaggiarli. Accompagnò i vassoi con un biglietto di scuse rivolto a tutti gli abitanti del palazzo. Il portiere non mancò di riferire qualche lamentela e la pregò di non ripetere l’accaduto.

La domenica si annuncia assolata, ma non caldissima grazie al maestrale e Cris decide di andare a pedalare sul lungofiume. Mentre sta per uscire il portiere la blocca e la informa che i biscotti erano buonissimi e sono stati molto graditi,  soprattutto dalle sorelle dirimpettaie, dal cardiologo e da sua madre. Quest’ultimo ha lasciato per lei un biglietto : “Ottimi sia i biscotti che le note vorticose dell’altra notte. Si potrà ripetere, ogni tanto. Armando.”
Cristina adesso sa il nome del medico incrociato tre o quattro volte sulle scale con distratti buongiorno e buonasera. Di lui non sa altro, solo poche notizie dette dalla madre quando entrambe scambiano due parole mentre si ritrovano a stendere i panni nei rispettivi balconi.
Qualcosa le dice che ci sarà modo e tempo per saperne di più.

Sereno e felice Agosto a chi passa da qui

Da “IO DONNA”, supplemento del Corriere della Sera, che leggo spesso con piacere. Ma attenzione: in certi momenti potrei anche mordere!

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Chiara Saraceno: «La buona scuola è aperta anche d’estate»

questo è il breve articolo

…    …   …

e questo è il mio commento al pensiero della Signora Chiara Saraceno, filosofa e sociologa. Chissà se lo pubblicheranno…al momento è in moderazione…

….   ….   ….   ….   ….   ….

“Scuole aperte, va bene: ma con quali docenti?
Con quelli che ci sono. Saranno anche pagati poco, ma sono pure l’unico settore professionale con due mesi di ferie….”

Ahahahah, brutta cosa è l’invidia!
Comunque, poi mi spiegherà, Signora sociologa, dove sono i DUE mesi di ferie. Le ferie dei docenti sono 32+4 giorni e stop. Nelle scuole secondarie i prof sono impegnati sino a metà Luglio per gli esami, nelle Primarie idem per varie commissioni di insegnanti e l’ultima settimana di Agosto si sta a disposizione dei dirigenti per formazione delle classi e organizzazioni orarie. Stamattina ero a scuola, scuola statale del sud, e c’erano 39 gradi. Munirete le aule di condizionatori o dovremo dire alle famiglie di portare i ventilatori e le borse thermos con l’acqua fredda? Già portano la carta igienica da casa e tra poco anche i gessetti…. Dovranno pagare anche gli straordinari dei bidelli? O dovranno pensarci le Amministrazioni comunali? Perchè la Buona(?) Scuola ormai si è capito come funziona…

Che le scuole possano diventare dei grest o centri estivi gratuiti (o no?) per i ragazzi non è fondamentalmente sbagliato, ma teniamo netta la distinzione tra attività scolastiche e attività estive (ripeto: con 40 gradi all’ombra) con del personale specializzato NON gratuito (animatori, educatori, professionisti specializzati) per attività varie, ludiche o di approfondimento giocoso, nei periodi in cui la scuola è chiusa allo studio. Lei che sa di sociologia mi insegna che il motivo per cui in tutto il mondo gli alunni (e anche i docenti) nelle scuole difficilmente passano fra i banchi più di 200 giorni all’anno è perché, molto banalmente, fargliene passare dentro la scuola a far lezione di più si è scoperto che non ha senso, anzi alle volte è controproducente.Lei mi insegna che il tempo del riposo, delle vacanze, dell’ozio buono produce un diverso tipo di apprendimento agli alunni (e anche agli insegnanti) necessario alla crescita.I tre mesi di “stacco” delle vacanze per i nostri alunni non sono “non fare nulla”: sono periodi in cui il loro corpo e la loro testa continua a muoversi, fa nuove esperienze, reinterpreta alla luce della crescita intellettuale e fisica quelle pregresse. Lei mi insegna pure che i ragazzini devono anche stare coi familiari. Sa, gli anziani zii, i nonni…spesso si incontrano solo d’estate e sono ricchezze di vita.Nel dolce far nulla, sovente i nostri ragazzi fanno tanto.

Buona estate, Signora Saraceno. Sereno relax.

Marirò

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Pagine antistress

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Li chiamano libri antistress e uno mi fu regalato due anni fa da una mia carissima collega e amica: “Potrà esserti utile in certi momenti per rilassarti, per cacciare via i pensieri o anche solo per divertirti. So che ti piace colorare, abbinare tinte e creare sfumature. Aiuti sempre volentieri i bambini quando proponiamo i mandala per farli rilassare.” Vero, proprio così, ma il libro antistress, dopo un breve sguardo, fu posato e dimenticato.

Non so, forse è vero che certe cose arrivano da sole al momento giusto o forse sono solo coincidenze, fatto sta che pochi giorni fa, riordinando la libreria, il libro mi è capitato tra le mani e ieri pomeriggio, dopo una settimana di varie situazioni che hanno rischiato di mandarmi in tilt, mi sono seduta e ho iniziato a sfogliarlo e a “leggerlo” con un po’ di interesse. Sono una tipa diffidente per natura, difficilmente mi faccio coinvolgere dalle mode del momento, tanto per riferirmi al buon successo che questi libri da colorare per adulti hanno avuto,  e non possiedo quel disincanto che molti erroneamente mi attribuiscono verso le parolone e il martellamento persuasivo, ad esempio di certa psicologia. Delle proprietà benefiche della coloritura, però so, e lo osservo spesso nel mio lavoro con i bambini.  Così ieri ho sorriso benevolmente pensando alla mia amica e alle sue parole e ho richiuso il libro e acceso il computer, ma nemmeno la blogsfera o la partitella di burraco riuscivano a distogliere certi miei nebulosi pensieri.

Improvvisamente metto il pc in stand-by e vado a prendere l’astuccio dei colori. Perché non provare? Apro il coloring book in una pagina a caso, osservo i minuziosi disegni e mi concentro sui particolari. Decido di usare tinte quanto più possibili reali e inizio a colorare le foglie, poi i fiori. Ci vuole una buona dose di concentrazione, non è così semplice come pare, i disegni sono stretti, esigono anche fantasia e inventiva e più volte mi fermo per decidere come proseguire. Mi focalizzo sul presente, sul “qui e ora” di questa pagina, sull’ unicorno e sui tronchi d’albero e anche sull’uccello paradisiaco. Non ho fretta, una leggera calma si impossessa di me, forse sta avvenendo una sorta di meditazione attiva, forse mi sto connettendo solo con me stessa perché nemmeno il bip di un messaggino riesce a distrarmi e, mentre la mano scorre con più sicurezza, immagino il dialogo tra i due animali e, perché no, anche tra i fiori.

Ho trascorso più di un’ora così, lasciando lontano lo stress del quotidiano. La mia amigdala è rimasta in pausa mentre i miei due emisferi cerebrali si attivavano per seguire le linee e combinare i colori. Ho sprecato il mio tempo? Forse. Avrei potuto stirare, ad esempio. O forse no. Il quieto stand-by che il libro antistress mi ha regalato è stato un momento rigenerante di un percorso di vita affollato da troppi pensieri.

Domani chiamerò la mia amica per chiacchierare un po’ e  per ringraziarla ancora una volta, ma prima dovrò finire di colorare e sistemare la mia paginetta antistress.

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NORD e SUD uniti nella vergogna

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FORMICHE sui malati all’ospedale S. Carlo di NAPOLI.

SCARAFAGGI  ben annidati dietro i forni delle cucine e nei magazzini di vettovaglie e alimenti dell’ospedale Molinette di TORINO e  galleggianti sui  cibi per i malati.

Non ci resta che aspettare i topi in qualche ospedale del Centro e l’Italia sarà più unita che mai. Nella VERGOGNA!

 

DDL Vaccini obbligatori: come trasformare una giusta intenzione in una pessima legge

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vaccini-obbligatori

Faccio parte della generazione di vaccinati per obbligo e faccio parte di una categoria a rischio per stretto contatto con bambini anche non vaccinati.

Per la prima categoria: ho qualche vivido ricordo delle vaccinazioni che avvenivano a scuola, le goccette amare dell’antipolio ingentilite da una zolletta di zucchero e l’antivaiolo fatta con un attrezzo che graffiava la pelle e lasciava una brutta cicatrice. Quest’ultima veniva fatta sul braccio, ma non ai “raccomandati”, e io ero una di questi, così dovetti recarmi dietro la lavagna, alzare la gonna e farmi graffiare la coscia. Mia madre riteneva che la cicatrice nella coscia fosse meno visibile che nel braccio. Il mio imbarazzo fu enorme anche perché la lavagna non mi protesse adeguatamente da certa nudità, dagli sguardi e dai risolini dei compagni. Oltre questo non accadde nulla di clamoroso né a me né ai miei compagni. Le malattie esantematiche le presi tutte e non serbo ricordi allucinanti.

Per la seconda categoria:  ricordo che sino al 1999 noi insegnanti  dovevamo controllare per ogni alunno iscritto i certificati medici che attestavano l’avvenuta vaccinazione e relativi richiami, poi bastarono  le autodichiarazioni dei genitori sulle vaccinazioni e tutto si doveva trascrivere sui registri di classe. Guai a sbagliare! I rimbotti dei direttori scolastici erano severissimi. Dopo più nulla. Le vaccinazioni persero l’obbligatorietà e noi insegnanti ci liberammo di un lavoraccio. Negli anni seguenti e non obbligatori  non ho notato nulla di evidente sulla salute generale degli alunni, se non una diminuzione delle malattie esantematiche, che comportano sempre almeno 10 giorni di assenza, e un leggero incremento di scarlattina e parotite. Negli ultimi due anni si è registrato un incremento  di herpes zoster e polmonite. Nessun alunno mi ha mai contagiato nulla, a parte l’influenza (cosa peraltro reciproca), ma ricordo gli enormi problemi di tre mie colleghe che furono contagiate dalla varicella e sesta malattia e che ebbero complicazioni lunghe e non indifferenti e si dovettero assentare dal lavoro per oltre un mese. La scorsa settimana un bidello della mia scuola ha beccato il morbillo.

Non sono un medico, sono una persona che si affida alla scienza e a quest’ultima riconosce gli enormi progressi fatti nel campo della salute e, riferendomi specificatamente ai vaccini, non si può non riconoscere negli Stati con vaccinazione obbligatoria la scomparsa di tremende malattie, ad esempio  vaiolo e polio. Non entro, pertanto, nella diatriba, anche medica, della pericolosità dei vaccini, scientificamente non provata, e mi basta constatare l’allungamento della vita.

Sul diritto decisionale dei genitori verso la salute dei figli ho, invece, le idee chiare. Un genitore può decidere di non far vaccinare il figlio nella misura in cui quest’ultimo non diventi, poi, un onere per gli altri e lo Stato. So che è forte e brutto dirlo così, ma questo è quanto. Il  genitore può anche assumersi la responsabilità di non far vaccinare il figlio per le malattie infettive a patto che lo faccia crescere sotto una stretta campana di vetro. Così non è,  quindi si ha il dovere di vaccinazione verso la salute del minore e verso la collettività e il sistema sanitario. Le malattie costano, si sa.

Un ultimo aspetto mi porta a essere ulteriormente a favore della nuova legge sulla obbligatorietà dei vaccini e riguarda i cambiamenti demografici cui stiamo assistendo.  Per non farla troppo lunga e dirla diretta… nei dati medici mondiali si legge ad esempio che per il morbillo sono proprio  i Paesi centro Africani ad essere oggi con minore copertura vaccinale. Molti di questi sono Paesi dove esistono fortissima instabilità politica o guerre e quindi le campagne di vaccinazioni sono quasi impossibili. Alcuni di questi sono in situazione epidemiologica seria e proprio da quest’ area arrivano i migranti che sbarcano in Italia, in assenza di qualunque regime di  screening sanitario o quarantena prevista. C’è quindi ragionato timore che presto  i dati sanitari di morbillo o altro, peggioreranno.

Sicuramente, però, mi lascia molto perplessa la violenza del nuovo DDL per i contenuti che esprime. Obbligare in poco meno di due mesi milioni di bambini e ragazzi a sottoporsi a 8-12 vaccinazioni, pena la non frequenza a nido e infanzia o salate sanzioni alle elementari, medie e licei, è allucinante, anche a livello organizzativo,  per le famiglie, per le aziende sanitarie e per le scuole. Minacciare, poi, presidi e insegnanti e soprattutto assegnare multe alle famiglie fino a 7.500 euro e decretare addirittura la possibile  sospensione della patria potestà per chi non vaccinerà, è aberrante.

E’ la “cultura del dubbio” sui vaccini che si è espansa in questi ultimi decenni a giustificare e rendere necessaria  tanta costrizione o, in assenza oggi di una vera emergenza sanitaria,  è solo l’incosciente fretta di legiferare di questi nuovi governanti in odore di onnipotenza?

Ora più che mai si rende necessaria una legge decisa, ma capace di informare, aggiornare, dare serenità, convincimento e  tempi adeguati a quanti sono ancora nel dubbio delle vaccinazioni e all’entourage organizzativo.

Minacce e terrore non hanno mai fatto bene a nessuno.

Ah, scordavo: pare che anche gli insegnanti  e gli operatori sanitari (e anche gli impiegati pubblici) avranno l’obbligo di vaccinarsi. E chi non vorrà farlo? Sarà licenziato. Punto.