Arriva Babbo Natale, wiii!

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In questi giorni mi sento una maestra vecchia e antiquata. Sensazione parecchio bruttina. La colpa è del buon Babbo Natale, sì proprio dell’amato Santa Claus che, si dice, porti i regali ai bambini.

Complice una lettura natalizia con la fatidica domandina: “Cosa desideri che Babbo Natale ti porti a Natale?”, invito i miei alunni a esprimersi con sincerità. Già prevedo le risposte: palloni, magliette dei calciatori, automobiline per i maschietti, bambole, borsette, trucchi per le femminucce. Spero che qualcuno dica un libro,  un CD di buona musica o un bel gioco da tavolo per trascorrere sane ore in famiglia. Sicuramente mi lancerò a disquisire sui regali inutili, sui giochi intelligenti, sulle troppe spese da evitare, ecc…

Inizio coi maschietti e vengo subito messa al tappeto: SWITCH! Nessuna esitazione, quindici bambini su venti desiderano lo Switch. Il punto è che io non so che sia uno Switch:<<Volete una strega? Una witch? O forse volevate dire Swatch, un bell’orologio swatch?>>. Loro ridono: <<Ma no, maestra, uno S.w.i.t.c.h. e poi, se proprio orologio dovrà essere, allora uno watch phone o semmai xaiomi!>>. Ops…: <<Uno xiaiomi, eh, certo, certo…>>, rispondo quasi sottovoce. Loro intanto iniziano a discutere di prezzi, 60, 350 Euro non so per cosa, 700 e passa per altro (sono ammattiti?) e nel frattempo in un pezzetto di carta annoto di nascosto: “Cercare urgentemente su Google xaiomi, watch, switch”.  I bambini leggono nella mia faccia la confusione e mi spiegano del Nintendo e dell’orologio computer.

Perbacco!!!

Preferisco stare in silenzio e passo alle bambine. Anche qui il coro è quasi unanime, per me però più raggiungibile: tablet e telefonino perché non ne possono più di quello vecchio del fratello maggiore, di mammà o dello zio. E mi par giusto: hanno già 8 anni compiuti, eh! Quando una bimba dice che vorrebbe Cicciobello mi si apre il cuore! Poi aggiunge che vuole “Cicciobello Lacrime vere” e mi viene un po’ di magone. Due alunne vorrebbero i Lego. Ahhh sììì, maestra felice! Inizio a dire di quanto mi piaceva costruire coi mattoncini Lego e con le costruzioni di legno e loro mi interrompono subito: <<Noi desideriamo i Lego ps4 tipo Worlds o Ratchet>>.

 Oh!

Le bambine discutono coi compagni di nomi astrusi tipo Wolfenstein, Sniper Elite, Minecraft   sigle, prezzi, combattimenti, grafica, platform 3, 4, 15 D. Non li seguo più, sono persa! Ma dico…, in questi primi mesi di scuola ho già svolto tre corsi di aggiornamento, online e non, sul curriculo didattico, sulle competenze, sulla valutazione. Che ce ne fosse stato uno di aggiornamento sui giocattoli-videogiochi dell’era 2.0!!! Avrei evitato la messa all’angolo! Perché è così che mi sento: all’angolo.

Li lascio parlare tra loro. Già li immagino durante le vacanze natalizie chiusi nelle loro stanzette a farsi ubriacare di luci e suoni violenti, di immagini velocissime, di situazioni competitive e aggressive. Li immagino mentre chiedono di non essere disturbati, presi come saranno a lottare e a tentare di accumulare punteggi. Li immagino a dire no alle semplici proposte dei genitori di uscire, di andare a trovare un parente, di fare una passeggiata. Chiusi in casa, forse con un compagno, a rincitrullire davanti a uno schermo di megapixel.

Così torno a Cicciobello, che va benissimo anche con le lacrime vere o finte e inizio ad apprezzare la risposta di un bimbo che dice che da Babbo Natale vorrebbe tutte le figurine dei calciatori che mancano nel suo album. Chissà quanto gli sta costando tentare di completare quell’album ma sicuramente meglio che stare a sconvolgersi e a caricarsi di violenza e aggressività davanti a uno schermo in solitudine.

Caro Babbo Natale, sii giudizioso nei regali sotto l’albero. Tappati le orecchie, non ascoltarli, nessuno ti rimprovererà perché si sa che sei vecchietto e magari un po’ sordo. Quindi metti nel sacco qualcosa di bello e di buono, di calmo e di sereno, di gioioso e comunitario. Vuoi qualche consiglio, vero? Non so. Sono confusa quanto te. Un viaggio? Un cagnolino? Un corso di pittura? Di nuoto? di sci? Un biglietto per un concerto?

Un dolcetto, un lavoro per le famiglie, degli affetti veri e tanta salute direi che possono bastare e avanzare. Per loro e per tutti noi.

BUON NATALE

 

Signori uomini, suvvia, non abbiate paura di essere un pizzico romantici!

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Jack Vettriano –  Back where you belong

 

“Se inizierò a parlare di amore e stelle, vi prego: abbattetemi”

CHARLES BUKOWSKI

“Per qualche uomo, non si creda così raro, verrebbe quasi da dire: abbattetelo pure!”

MARIRO’

È risaputo che gli uomini siano poco inclini al romanticismo, cioè a quei piccoli gesti spontanei e sorprendenti capaci di dare colore a un rapporto di coppia, questo diventa sempre più vicino allo zero quanto più il rapporto si protragga nel tempo. Mia nonna avrebbe detto: «Gli uomini posseggono una vena romantica stitica che spesso fa venire il mal di pancia». Sempre mia nonna: «Contano i fatti e gli equilibri, non le parole». Oggi, nell’era 2.0, pare che gli uomini (ma anche le donne) abbiano dimenticato il termine romanticismo, relegandolo semmai nelle prime fasi del corteggiamento per poi farne un uso sporadico, ritenendolo inutile e banale smanceria/perdita di tempo nonché ipotetico indicatore di debolezza. I maschi per “costituzione”, le femmine per “emulazione”.

Succede così che, in una giornata particolarmente calda, una donna si senta dire dal suo uomo: «Ah, senti, mangia questo cioccolatino prima che mi si squagli in tasca». Il cioccolatino è quello che nei bar viene servito gratuitamente col caffè e non è bello lasciarlo lì, anche perché di solito è di qualità. Ora, non che la donna ami sentirsi dire frasi del tipo: «Mia adorata, ti ho pensata mentre sorseggiavo il caffè del mattino e ho rinunciato a questo per te!» Uno scoppio di risate non basterebbe a giustificare la comicità del momento. Magari sarebbe adeguata la classica frase: «Cara, vuoi un cioccolatino?» Domanda semplice e un po’ anonima, adeguata alla circostanza, non compromettente per chi teme di svelare qualche sentimentalismo, però chiamiamola gentilezza da opportunismo. Invece: «Ah, senti, mangia questo cioccolatino prima che mi si squagli in tasca». Che galanteria! Ma… scusa: «Chi è senti?» Una donna, un uomo? Avrà pure un nome di battesimo, eh…! «Mangia questo cioccolatino», per caso è un ordine? «Prima che mi si squagli in tasca». Roba da sentirsi un cestino dei rifiuti! Inutile girarci attorno: le parole… le parole… pietre o fiori!

Perché gli uomini hanno timore di esprimere i propri sentimenti? Perchè hanno paura di un pizzico di romanticismo, dato o ricevuto? Non quello “oppiaceo” di Marx ma di quel pizzico che ogni tanto nasce con spontaneità e sincerità, in allegria e spensieratezza. Quel “tanticchia”, direbbe sempre mia nonna, che può contribuire a dare un po’ di colore a un momento della giornata e che, soprattutto, diventa indice di sano equilibrio tra la parte razionale logica e quella illogica sentimentale, connaturata in ciascun essere. Il quotidiano dovuto non esclude le emozioni, tende semmai a eliminare quelle negative. Sentimentalismi e romanticismi non sono in collisione con la ragione ma germogliano da essa; la ragione crea i valori e in essi lascia libera azione ai sentimenti liberandoli da ogni catena. I nostri maschi invece, spesso tendono a considerare sentimento e romanticismo una sorta di vulnerabilità, non sanno rilassarsi in quanto sempre protesi a mantenere il ruolo di imperturbabili duri, ligi alla società della clava, atavica e selvaggia. Le donne, oggi più che mai, non cercano smancerie e banalità e non si lasciano facilmente incantare da galanterie, rose rosse e ammennicoli vari. Continuano a saper apprezzare le giuste parole, i piccoli, sporadici e sinceri moti romantici che, credo, siano capaci di valorizzare anche i signori uomini perché, se equilibrati, contribuiscono a un miglioramento della nostra esistenza. E tutti noi, maschi e femmine, siamo sempre alla ricerca di un miglioramento della nostra vita.

Sì, cara nonna, nella vita contano razionalità, gesti e concretezze, tu hai ragione, ma conta anche la banalità di un cioccolatino poichè, anche questo tu lo sai, dietro un piccolo dono, del suo quanto, del suo come e del suo perchè, ci sta un universo intero. La banalità del bene è pur sempre una gran bella emozione.

 

Alessandra Bianchi – “Danzerò per te.”

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Danzerò per te” ,di Alessandra Bianchi

E’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana primavera. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde. Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti. Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito. Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

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Due anni di tua assenza. Ci manchi.

Di Fuochi, Scienza, guaritori e… sputi!

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Sono molte le decisioni che un individuo prende nel corso della vita dopo essersi posto le fatidiche domande: “Sarà vero? Funzionerà? Posso fidarmi?” Le risposte sono influenzate dal nostro cervello, in particolare dalla corteccia cingolata che alcuni scienziati ritengono sia responsabile, tra l’altro, del nostro scetticismo e del sentimento di vigilanza. Pare che questa cingolata funzioni in maniera diversa negli individui e diventi meno attiva in alcuni quando si ritrovano davanti a persone carismatiche, a presunti profeti e guaritori. Si spiegherebbe quindi, sempre secondo i ricercatori, perché alcuni personaggi riescano a esercitare un’influenza spiccata su certe persone mentre su altri questo non avvenga. Pertanto molti “poteri” di santoni e guaritori dipenderebbero non dal “dono” ricevuto ma dalla loro capacità persuasiva e dalla corteccia cingolata del malcapitato che disattiva alcune sue aree, riconoscendo all’altro autorità, credibilità e forza. Non sempre cultura esperienza maturità, riescono a tenere attiva la corteccia, un ruolo maggiore giocano a volte le suggestioni, l’affanno, la disperazione.

Ci si avvicina così all’irreale, alla metafisica, all’esoterico, a quell’immenso settore che prescinde i dati dell’esperienza diretta e della conoscenza scientifica, trincerandosi nell’astratto e nell’astruso. Sono molti i campi di facile influenza e sicuramente uno di questi è la salute. Davanti a un problema di salute che non si risolve l’essere umano tende a provare di tutto. La perplessità nasce quando una moltitudine di persone decide di affidarsi a “illuminati” per problemi certamente risolvibili con la scienza medica. In alcuni casi a influenzare il malcapitato non è il guaritore, a volte persona semplice e umile, bensì “la gente”, la credenza popolare, il “si dice e si afferma fortissimamente”, fino a stordire.

Questo succede per il diffuso Fuoco di S. Antonio, scientificamente Herpes Zoster, che altro non è che il virus della varicella contratta in tenera età che poi se ne sta buono buono nei nostri gangli nervosi. Può, però, risvegliarsi per varie cause e farci vedere i sorci verdi. Malattia debilitante, snervante, molto dolorosa, dura una ventina di giorni, guarisce bene se riconosciuta e presa in tempo con i dovuti trattamenti farmacologici, altrimenti potrà provocare la terribile nevralgia posterpetica, difficile da curare anche per la scienza. La tempestività delle cure mediche è essenziale per far sì che il nervo colpito guarisca perfettamente e senza strascichi dolorosissimi a vita. Questo è confermato dalla scienza ed è risaputo da tutti; nonostante ciò molti, da Nord a Sud, non vanno dal medico, non si vaccinano e vanno dal “guaritore” a farsi prendere a SPUTI per nove giorni!!! Per la mia corteccia cingolata è incomprensibile.

Beccai l’Herpes Zoster una quindicina di anni fa dopo una lunga e forte cura antibiotica: crollo delle difese immunitarie e Fuoco di S. Antonio al costato. Non sapevo nulla del Fuoco di S. Antonio e fu difficile capirlo perché si presentò senza vescicole, solo con un dolore lancinante e tremendo che trapassava un lato del torace fino al polmone. Preoccupata, corsi dal medico. Ricordo che prescrisse per prima cosa una ecografia alla cistifellea, pensando a dei calcoli, a seguire avrei dovuto fare una gastroscopia e una radiografia polmonare. Paura al cubo! L’ecografia escluse i calcoli e l’indomani tornai dal medico per la prescrizione degli altri esami. Forse stimolata dall’ecografo, durante la notte spuntò l’eruzione cutanea che feci vedere alla dottoressa per calmare il prurito. Lei diagnosticò subito l’Herpes Zoster, mi spiegò tutto, impose la cura e raccomandò di non cercare “altre strade”. Ignara, compresi quando ne parlai con colleghi e amici. In 24h mi ritrovai un elenco di decine di “guaritori”: vicini di casa, bidelli, parenti di…, tutti bravissimi a farmi guarire presto, tutti eccellenti, miracolati e miracolosi! Si scatenò un putiferio di consigli: “vai da questo, lascia perdere i medici, guarirai prima, …”. Confusione scetticismo incredulità. Piangere o ridere?

 Ero già in cura medica da alcuni giorni e fu quando una collega mi disse di andare da una certa Marietta che delicatamente fa “put put” e non “SPUT! SPUT!”, che schiattai:<<Ma come fai a dire queste cose tu che sei un’educatrice e hai un marito che sa di legge? Mi consigli di curarmi con le sputazzate, l’acqua e l’olio!?! Ti si è offuscato il cervello?!?>> La collega si offese, disse che gli “sputi santi” erano necessari per scacciare il maligno che in quel momento era in me e dovevo crederci e fidarmi. Non avrebbe avuto senso discutere oltre, in fondo ognuno è artefice della propria corteccia cingolata e dei propri guai. Completai la cura medica, guarii bene e in fretta, mai più avuti recidive o dolori.

Leggevo sere fa che in Svizzera, e non solo, i «guaritori che praticano il segreto», cioè le formule che hanno ricevuto in dono (da chi?), ora agiscono anche via telefono, sms e whatsapp. E gli sputi e l’olio? Laveranno la cornetta e i display dei telefoni? Beh, questa sì che potrebbe chiamarsi evoluzione tecnologica! O facciamo prima e meglio a chiamarla effetto placebo, superstizione e ciarlataneria? La mia collega risponderebbe: <<L’importante è che funzioni!>>

 

 

La Controra

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Jean-François Millet – Pausa di mezzogiorno, 1866 – Museum of Fine Arts, Boston

La Controra è uno spazio temporale delle giornate ben definito, sacro e intoccabile, specie al Meridione. Le “contra horas” vanno dalle 14.00 alle 16.00 e tutto si ferma. A Luglio e Agosto in questo lasso di tempo non si muove foglia, nessuno per strada, persone, cani o gatti, pochissime automobili in giro. I rumori sono al minimo; litigate afone, tv a basso volume, niente giochi a pallone o con le bici. Le ore caldissime della giornata creano una volontaria interruzione del fluire del tempo nell’attesa che la calura si attenui e che la quotidianità possa riprendere. Questo succede nelle campagne e nelle case di città e, vuoi per abitudine o per pura piacevolezza, di solito si espande anche nelle stagioni meno calde, divenendo sana consuetudine. Sana? Sì, sana poiché, a differenza dei luoghi comuni, le ore-contro sono molto positive; in tanti le dedicano al sonnellino ristoratore che permetterà di arrivare attivi fino a tarda sera. Al Sud la sera è sera-notte, si lavora sino a tardi, si sta fuori, si fa shopping, si cena, si passeggia ben oltre la mezzanotte. Le due ore di fermo pomeridiano vengono quindi ampiamente recuperate.

La Controra non sempre è destinata al sonnellino, tutt’altro. Chiusi gli scuri dei balconi per difendersi dal sole, diventa il tempo per la casa e la famiglia, per il dialogo, per la lettura, per la scrittura, per i giochi on line, per un film, per i propri pensieri, per la creatività, per fare l’amore. Diventa anche il tempo per qualcosa di più nascosto, nella consapevolezza che in quelle ore nessuno ti scoprirà facilmente. Io, ad esempio, ho imparato a guidare grazie alla Controra, e avevo appena 15 anni. Mia madre la sera obbligava la ritirata alle 20.00, ma se alle 14.30 mi riunivo nell’ampio androne a pianoterra con amiche e cugine per chiacchierare o ascoltare la radio sommessamente, lei acconsentiva e sonnecchiava davanti alla tv. Prendere le chiavi dell’auto e guidarla, spingendola prima a mano perché non sentisse il rumore del motore e poi fare giri sempre più ampi nel quartiere, fu il nostro segreto e amato gioco della controra: bellissimo! Quando lei se ne accorse chiamò i Carabinieri che organizzarono dietro l’angolo di casa un blocco per noi ragazze (alle 15.00 del pomeriggio!) e in sei finimmo in Caserma. Ma questa forse l’ho raccontata già in un vecchio post e ho detto anche che con me c’erano la figlia del maresciallo e quella dell’appuntato. Che ramanzina della Madonna che prendemmo!!!

Ora sono sul terrazzo, proprio nella controra, all’ombra del glicine e mi sto riposando con i ricordi. Qui soffia una leggera brezza di mare, dentro fa troppo caldo. Sto osservando l’ampio spiazzo interno del complesso e le case che si affacciano su di esso: porte tutte chiuse, nessuno in giro, silenzio. Normale. Tra un’ora si inizierà a sentire l’aroma del caffè e il tintinnio dei cucchiaini nelle tazzine, alcuni bimbi riprenderanno a giocare con la palla e comincerà la processione ciarliera di gente che scenderà in spiaggia.

Gli appartamenti dentro la mia visuale sono tutti occupati, tutti meno uno, quello del signor Gianni che per ferragosto va in crociera: beato lui. Quasi mi addormento quando noto un uomo che cammina piano e tiene in mano qualcosa, forse un fazzolettino di carta che non disdegna di buttare nel terrazzino del signor Gianni. Si ferma, attende all’ombra, ma lei non lo raggiungerà perché oggi ha ospiti. Una storia che tutto il complesso conosce…vabbè, stavolta ai due va buca. Due minuti dopo una signora toscana che ha affittato l’appartamento proprio sopra a quello del signor Gianni, si affaccia dal balcone e pulisce la tovaglia del pranzo sul terrazzino disabitato, rientra e poi torna con la paletta della pattumiera e lascia cadere giù la ghiaietta della spiaggia. Il rumore dei sassolini infrange il silenzio della controra. Eh, signor Gianni, i topi ballano quando il gatto va in vacanza, si sa.

Protetta dal glicine, vedo e non vengo vista. Noto movimenti in due appartamenti distanti e dopo un po’ una coppietta di ragazzini, con giri guardinghi e vari cenni, si incammina verso angoli più isolati del complesso. Sorrido: non tutti pensano a imparare a guidare l’auto durante la controra… Oh, vedo Mariella. La moglie sempre ingioiellata dell’ingegnere esce dal cancelletto del suo terrazzo con la scopa in mano. Di certo non vorrà spazzare il vialetto a quest’ora. Quindi? Fa alcuni passi e guarda a destra, a sinistra, in alto, la scopa sempre in mano. Si avvicina cauta al cancelletto del signor Gianni e, dopo aver guardato ancora in giro, prende la scopa e la pulisce energicamente dai pelucchi proprio sul cancello del crocerista. Mariella!!!

Quanta vita nella controra! Che faccio? Un pisolino? Inizio un nuovo libro? Scrivo un post? Intanto ho già voglia di caffè.

Quando brucia il mare

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Fa impressione assistere in tv ai cataclismi metereologici cui ci stiamo abituando sempre più spesso, ma quando questi colpiscono luoghi che ami e che fanno parte della tua vita, l’impressione diventa vero dolore e sgomento.

Giornata di fuoco ieri nella mia città, un fuoco violento e distruttivo che ha terrorizzato moltissime persone e ha danneggiato una delle zone più belle di Catania: la Playa. Trenta e più chilometri di sabbia finissima che dal porto di Catania arriva alla Provincia di Siracusa, una striscia ricca di stabilimenti balneari, di alberghi, di zone per lo sport, di discoteche, di verde, di servizi di vario genere. Una zona molto amata dalle famiglie di Catania, un luogo bello e pulito, soprattutto a misura di bambini. Credo non esista un catanese che non abbia frequentato a lungo la Playa nelle spiagge libere o nei confortevoli lidi balneari. L’ho fatto pure io nei miei primi vent’anni di vita e ho ricordi molto belli e affettuosi.

Ieri mattina sin dall’alba si è compreso che qualcosa sarebbe andata storta nella giornata. Ci ha svegliati una pioggerella fastidiosa, sporca di polvere e il cielo aveva un colore strano, chiazzato di nuvole arlecchino. Poi il vento di Scirocco, forte impetuoso caldissimo e le temperature che via via arrivavano oltre i quaranta gradi. Un mix di potenziale pericolo e spesso basta un niente per far scoppiare violenti incendi. Quello della Playa, proprio a ridosso della città, è stato violentissimo: partito dalle sterpaglie della boscaglia vicina ai lidi e alimentato dal vento, si è propagato facilmente e ha seminato il panico tra i moltissimi bagnanti, intrappolati sulla battigia senza sapere che fare. I Vigili del Fuoco sono arrivati in massa,ma anche Forestali e Protezione Civile, bloccando la città, lottando per contenere gli incendi e traendo in salvo moltissime persone con ogni mezzo acquatico e evitando l’esplosione di un grosso distributore di carburante vicinissimo alle fiamme. Tutti gli stabilimenti balneari hanno messo a disposizione barchette e canotti, persino i pedalò, per trasportare i bagnanti via mare in zone più sicure. Nulla si è potuto fare per parecchie automobili posteggiate lungo il Viale, pochissimo per due lidi, molto danneggiati dal fuoco e per una parte degli alberi del bellissimo Boschetto della Playa.

Tanta paura, molta confusione e tanta rabbia mescolata a dispiacere. I Vigili del Fuoco stanno cercando di capire le cause dell’incendio. I 43 e più gradi delle 14.00 di ieri non fanno pensare all’autocombustione. Quindi? Quindi la rabbia monta impetuosa come lo Scirocco di ieri se si pensa a un mozzicone di sigaretta o al motore difettoso di un’auto che mandava scintille tra le sterpaglie. La rabbia colpisce proprio le sterpaglie: perché nessuno, proprietari o Amministrazione Comunale, ha ripulito i terreni circostanti? Perché non si fa seria prevenzione per gli incendi che sanno devastare ogni cosa? E ancora: perché non ci si rende conto della preziosa presenza dei Vigili del Fuoco e non se ne incrementa il numero e il Valore Professionale e Umano nella nostra Nazione? Sempre ieri altri incendi sono scoppiati nella Provincia di Catania e i Vigili del Fuoco sono arrivati dopo molte ore perché le poche unità erano tutte impegnate a salvare la città. Quando sono arrivate squadre da altre Province dell’Isola e dalla Calabria il danno era già molto esteso.

Oggi non andrò a vedere i danni che il fuoco ha fatto alla mia Playa, molti miei concittadini lo faranno ma io preferisco restare nel limbo e nella speranza che non siano così gravi. Troppo dispiacere. Però, …CATANIA! So che anche stavolta saprai rialzarti, sei abituata a risorgere dalle ceneri e lo farai anche adesso. La stagione balneare è agli inizi, durerà a lungo e saprai risollevarti velocemente. Lo farai col l’aiuto di ogni Catanese che Ti ama e con una consapevolezza nuova e bella, di rispetto per ogni tuo angolo e vita, mare, arte, cultura, vigne, vulcano, che saprà scaldare il cuore più forte del sole che ci brucia.

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P.S. Un attimo prima di pubblicare questo post ho letto sul web che il proprietario di uno dei lidi più danneggiati, insieme ai dipendenti, a tanti proprietari di altri lidi e a molti volontari, ha lavorato duramente tutta la notte e il lido due ore fa ha riaperto ai clienti. Forza Catania: sai essere grande con noi!

 

 

Diventeranno donne

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E’ tardo pomeriggio, a Giza fa  molto caldo e mi sto riposando nel terrazzo della camera d’albergo dopo una mattinata in giro per  necropoli. Intanto Cheope, Chefren e Micerino mi salutano da vicino. Sono alla fine di questo viaggio in terra Egizia e ho completamente allontanato la tensione che avevo prima di partire. Forse mi sono abituata a vedere soldati coi mitra e carri armati in giro per le città. Alla fine gli stupefacenti tesori dell’Egitto hanno predominato su tutto, sui rischi, sulla povertà, sulla sporcizia, sulla sciatteria, sul traffico caotico, lasciandomi a bocca aperta per la fascinazione che provocano.

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In attesa di fare una doccia, osservo due bambine del mio gruppo turistico che stanno giocando nel giardino dell’albergo. Graziana è partita con me, la conosco da quando è nata e so quanto sa essere accogliente e determinata al contempo. Ha fatto subito amicizia con l’altra bambina del gruppo, una bimba deliziosa che vive vicino Mosca con la mamma, il papà è toscano e vive in Italia. La coppia si riunisce ogni due-tre anni in qualche parte del mondo, quasi sicuramente in modo clandestino. La piccola parla un po’ italiano e le due bimbe, uniche del gruppo,  si comprendono quasi alla perfezione.

Graziana ha con sé due Barbie, le ha infilate nel suo  trolley ancor prima delle magliette e ora gioca con la piccola russa. Improvvisamente a loro si unisce una bimba egiziana e lo fa con una spontaneità bellissima, attirata dalle Barbie. Poco fa a pranzo avevamo notato questa bimbetta dagli occhi scurissimi, una specie di piccola mascotte della sala ristorante, figlia di una signora che lavora nelle cucine. Si attardava attorno ai nostri tavoli cercando di attirare l’attenzione delle due bambine e adesso, con un linguaggio universale che solo i bambini conoscono, sta giocando nel giardino con Graziana e Aliina. Osservo con attenzione le tre bimbe: Aliina, bionda, pelle chiarissima, occhi blu, è la più riservata delle tre. Graziana, con le sue trecce biondo scuro, è la più vulcanica: propone, disfa, comanda con garbo, non si ferma un secondo. La piccola  egiziana è bellissima, ha degli occhi scuri molto espressivi e dei capelli neri lucidissimi, ricciolini e lunghi. Li tocca spesso, li accarezza, li mostra, fiera di tanta bellezza e probabilmente lo fa perché sa che presto dovrà nasconderli. Che peccato! Qui le donne indossano tutte il velo islamico, detto Hijab, alcune il Niqab e non mancano donne con il Burka. Questi ultimi due indumenti sono una chiara  violazione dei diritti umani. A mio parere anche il primo, il velo colorato che copre capelli e collo delle donne, proprio perché obbligato, è una assoluta prepotenza, non parliamo del Niqad, nero sino ai piedi e che lascia liberi solo gli occhi. Del burka è meglio non dire perché non basterebbero parole, per quanto dure, a descriverne la rabbia e la tristezza che suscita.

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Le tre bimbe hanno cambiato gioco: la piccola egizia sta proponendo una specie di gioco della campana ai bordi della piscina. Alcuni turisti intanto fanno il bagno e la bambina egiziana  si avvicina a una giovane signora che sta cercando di sistemarsi una sciarpa in testa che ha comprato in una delle tante bancarelle al Cairo, un souvenir, e la piccola con sapienti mosse glielo sistema sul capo in un attimo. Lei sa come si fa, lo avrà visto fare ogni giorno alla sua mamma. La giovane turista fa un selfie così abbigliata e toglie subito lo hijab facendo capire coi gesti alla piccola che fa troppo caldo. La bimba ci resta male, forse comprende il messaggio, forse no e ritorna a giocare con le coetanee, ma ora è silenziosa.

Queste tre bimbe presto diventeranno donne e avranno strade diverse da affrontare. Mi chiedo come sarà il percorso della piccola russa. Non so come sia la situazione odierna delle donne in Russia, spero un attimo migliore di quella che ho visto anni fa, ma leggendo in giro e le cronache che arrivano non fanno ben pensare. Le istituzioni della democrazia non si sono consolidate, il patriarcato russo è fortissimo, la disuguaglianza di genere altrettanto, le donne-madri e i divorzi sono in assoluta maggioranza e poi la violenza domestica e l’autorità su cui si basa tutta la gestione familiare, atterriscono. Se non erro l’ultima legge in proposito recita che le botte sulle mogli iniziano a essere punite per legge solo se si ripetono per più di due volte l’anno!

La bimba egizia avrà sicuramente un percorso difficile da affrontare, soprattutto perché donna. Stupri violenza, tratta, mutilazioni, discriminazione lavorativa, diritti umani e tutto il contorno  politico, militare, religioso, culturale, sociale,  economico di questo Paese, che ha sì splendori di “pietre” che parlano e emozionano, ma che renderà molto pesante la strada di “lucenti riccioli neri”. Auguri, piccola.

Resta Graziana, la  sicilianuzza tutto pepe. Per strano che sembri, il percorso meno duro a oggi sicuramente sarà il suo. Lo sarà perché in questo nostro splendido e scalmanato Paese, nonostante tutto e tutti, dalla politica alla gestione amministrativa, dalla corruzione al femminicidio, dalle disuguaglianze lavorative alle acrobazie tra lavoro e famiglia, dallo stalking ai maltrattamenti domestici, resta fermo, sin dal lontano 1947, l’articolo 3 della Costituzione Italiana che recita: «I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinione politiche, hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge….». Da allora è seguito un percorso lento e tortuoso e so bene che le battaglie delle donne non sono ancora finite, ma ciò che è stato ed è oggi della Democrazia e dell’Uguaglianza Italiana, per donne e uomini, è da amare, proteggere e difendere coi denti. Noi Italiani e Italiane saremo strafalcioni, bizzarri, corrotti, inefficienti, pigri e chi più ne ha più ne metta, ma siamo un Popolo ancora libero e la LIBERTA’ è il bene più prezioso, capace di superare ogni grigiore e dare forza e speranza.

Auguri, Graziana. Auguri, Italia! Resti sempre la più bella.

Brezza

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Buona PRIMAVERA, serena PASQUA! Che siano armoniose e cioccolatose.

brezza

Pomeriggio umido e noioso, tipico di una primavera che non si decide a esplodere. Il cielo nuvoloso contribuisce a questa forma di apatia che a volte colpisce a tradimento. In palestra la fatica e il sudore si triplicano e voglio subito andare a casa a fare una doccia. Così indosso la felpina color grigio smorto, afferro la sacca e via. Questo misto di stretching, pilates e posturale farà anche bene dopo la caduta dalla bici, ma è zero entusiasmante. Anche il gruppo di signore e signorine è alquanto monotono e tedioso. Bah,…qualche altro mesetto e  poi cambio rotta, forse piscina, forse tennis,…mi pare di essere già vecchia a 20 anni! Ok, ok, diamoci una mossa che ho un invito a cena e devo portare qualcosa di pronto. Ecco, devo comprare il prosciutto e il parmigiano, quindi ci vuole una sosta al supermercato.

Poca gente nei corridoi. L’apatia colpisce in massa? Prendo le quattro cose che servono e mi avvio verso le casse. Sono tre e in ognuna ci sono due persone in fila. Scelgo la prima, la commessa mi sembra un filino più sorridente e veloce delle altre. Conosco le tre ragazze alle casse anche se confondo ancora i loro nomi, sono sempre le stesse da anni; a volte sono ciarliere coi clienti e tra loro e pronte alla battuta accogliente e spiritosa, altre volte sono ombrose e silenziose. In questo momento sono tutte zitte e prese dal lavoro fatto di gesti sempre uguali e monotoni, nonostante la varietà della clientela. Evidentemente noi clienti del momento siamo più mosci di loro.

Ma ecco che accade qualcosa e tutto cambia: arriva una Brezza e… l’afa sparisce, l’aria si riempie di voci allegre, di saluti, di sorrisi, di battute, di simpatia. La Brezza indossa dei jeans attillati e una camicia azzurra, ha i capelli castani arruffati, una barbetta appena accennata, occhi nocciola e un sorriso da urlo.

Non è ancora arrivato alle casse e già le tre commesse si sbracciano per salutarlo e lo stesso fa lui. Resto ipnotizzata: “Ti prego, ti prego, vieni alla cassa 1….” Macchè! Si dirige alla cassa 3, la più lontana da me. Sempre fortunata io, eh! Ma forse è meglio così. Sono un disastro con questa tuta anonima, i capelli raccolti a coda alla meno peggio, lucida di sudore e magari sto puzzando. Da domani in palestra si andrà con trucco, scarpe alte e minigonna. I camerini ci sono per cambiarsi, uffa!  Mi do un contegno e guardo senza interesse un espositore di dolcetti, ma la sua voce, ahhh…mescola la mia pancia e i miei ormoni.

 La Brezza ride e scherza con le commesse, fa domande, risponde ammiccante. Mi volto a guardarlo: è uno schianto, un sogno, un’oasi. Io sono trasparente per lui: si gira, si muove, aiuta una signora coi pacchi, parla, sorride. Le commesse si scordano di noi e noi ci scordiamo del mondo perchè ora è lui il mondo. E’ lui il cielo azzurro come la sua camicia; lui la terra fresca e morbida come i suoi riccioli; lui la forza che fa vibrare l’aria come la sua voce. Imbambolata, mi ritrovo a implorare in silenzio: “Guardami, parlami, avvicinati, sfiorami!” Poi la Brezza si avvicina all’espositore di dolcetti,… Dio quanto è vicino, adesso! Sento la fragranza del suo profumo, un misto di sandalo e patchouli. Ma che fa? Prende una confezione di ovetti di cioccolata e la apre: “Per te” dice, mentre mi porge un ovetto. “Per me…, l’ha detto A ME!” Prendo l’ovetto incapace di dire una parola. Brezza distribuisce un ovetto alle commesse, ai due clienti in fila alle casse e incanta tutti.

Intanto la commessa mi sta chiamando, è il mio turno.  Mi accorgo che anche lui sta pagando e spero che usciremo insieme, spero di scontrarmi coi suoi pacchi, di inciampare tra i suoi piedi:”Daiii, fammi pagare o lo perderò per sempre!” Lui ha finito, sta salutando tutti mentre si incammina verso l’uscita. E io? Io resto bloccata da un rotolo di scontrino finito e che deve essere sostituito, cavolaccio!

Lo guardo uscire, il suo lato B è incantevole come il lato A. Sorrido a questo pensiero da ormoni sconnessi, sorrido e finalmente sciolgo la tensione e cancello il grigiore. Esco in tempo per vederlo salire su un motorino e andare via con una sventola di bionda. In mano ho il suo cioccolatino. Lo scarto, lo assaporo e vado verso casa con una energia diversa.

Tanto io in quel supermercato ci torno, eccome se ci torno! 😉

 

 

 

“Tempesta emotiva”

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Le motivazioni della sentenza dei magistrati si sono conosciute poco fa.

Qualche psicologo mi spiega che cos’è una tempesta emotiva? Conosco le tempeste ormonali, conosco le “botte di nervi”, la tempesta emotiva per gelosia mi manca. Eppure deve essere qualcosa di importante per causare  un assassinio, un femminicidiosoprattutto determinare il successivo dimezzamento della pena di uno che ha ucciso una donna che conosceva da un mese e temeva che lei lo tradisse o lasciasse.  L’ha strangolata a mani nude. In appena un mese di conoscenza già aveva assunto la veste di padre-padrone. Cos’è stato, quindi, un delitto d’onore avallato, nel 2019, dalla legge!?!

Senza parole. Solo:

VERGOGNA!

pugno e mimose

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“Eh, maestra, così è la vita. Che vuoi farci?”

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7 anni appena: me ne restano cinque, sono in fila alla cattedra e aspettano con pazienza che io corregga un esercizio di grammatica che hanno or ora completato. Sto cercando di fare velocemente, ma gli occhi mi bruciano e devo interrompere per soffiarmi il naso o tossire col fazzoletto davanti alla bocca per tentare di non contagiarli. Mannaggia ai super raffreddori invernali! E poi, diciamolo sinceramente, sono stanca e stufa di questo lavoro lungo e antipatico; “cu, qu, cqu e capricciose” mi ballano attorno da più di una settimana e adesso peggio per me che gli ho dato 20 parole da completare. Ne potevano bastare meno e ora mi tocca fare la correzione di tutte le 400 parole!!! Fortuna che ci sono tre assenti stamattina…

Cerco di stare concentrata e di volare, chissà quanti errori mi stanno scappando…. e i 15 già corretti si stanno anche agitando. “Ok, avanti un altro” dico, mentre ho voglia di poggiare la testa sulla cattedra, di bere una spremuta di arancia e stare al calduccio di casa. Non devo avere una buona cera perché quando arriva Matteo, il penultimo, mi dice: “Eh, maestra, così è la vita. Che vuoi farci?” Lo guardo stranita, e lui: “Si deve lavorare anche se si sta male”. E mi sorride.

7 anni, 7 anni appena e ha già capito tanto della vita: merita una lode a prescindere!

bo

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