UNA BAMBINA

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Bueno Xavier – “Bambina con il fiocco rosso” –

 

UNA BAMBINA

 

C’è una bambina che con una certa ostinazione dice:
“a me i maschi non mi piacciono, solo le femmine!”
Non avrà mica sentito cosa fanno gli uomini alle donne in Bangladesh?

O non avrà letto di Jacqueline Newton che ebbe il viso e il corpo
bruciati dall’acido muriatico ad opera del marito che lei voleva lasciare?

O avrà forse sentito che in Galles, per dirne una,
ogni settimana due donne muoiono uccise dai loro uomini?
Non si sarà informata, per caso, sulle infibulazioni, le sterilizzazioni,
o altre robe del genere? E dei padri che violentano le piccole bambine?

Non avrà mica riflettuto sul perché le donne mai uccidono gli uomini
e sempre ne sono uccise?

No, lei dice che all’asilo i maschi le danno le spinte.
E questo lei proprio non lo capisce. Che bisogno c’è di correre
e di spingere? Quella bambina non ha ancora studiato la storia,
ma ha un’idea tutta sua di come ogni storia dovrebbe cominciare:
c’era una volta una principessa in un regno incantato.

 ALBA DONATI 

Poesia tratta dal testo ” Tu, paesaggio dell’infanzia“, Ed. La nave di Teseo

 

 

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Crocchette di carezze

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Mattinata incolore, grigia, umida, lenta. La lentezza è forse l’aspetto che oggi più mi piace. Ancora un po’ febbricitante per una violenta infreddatura, mi alzo tardi e piena di dolori. Ah, Autunno! Nemmeno il tempo di entrare e già mi metti ko! I disturbi influenzali, grazie all’estate, tendiamo a dimenticarli e ci sorprendono sempre all’inizio di stagione.

Sola in casa, faccio una blanda colazione. In cucina si sente l’odore delle lenticchie che di buon’ora mio marito ha preparato per il pranzo, pensandomi mezza moribonda. Bene, non ho granchè di forze e avrò un pensiero in meno in questa mattinata piovosa. Mi accomodo sul divano, ma di leggere non ho voglia. Guardo il finale di un film già visto e faccio zapping col telecomando. Non so bene che sto guardando così passo al tablet, gioco qualche partita a burraco e le perdo tutte, nella blogsfera lascio qualche commento distratto. Spengo tutto, ho solo voglia di stare con gli occhi chiusi.

Sì, lo so: se ci fossi ancora tu, tu in forze e salute, saresti qui a riassettare in cucina o a rifare il letto, sapendomi con la febbriciattola. Mi manchi, sai? Tanto. E non certo per l’aiuto in casa.  “Dai, mamma, è solo un po’ di raffreddore, non preoccuparti, sta già passando.” “Ma è meglio che non ti affatichi.” Il tuo modo di proteggermi. Sempre.

Apro gli occhi, buona parte della mattinata è trascorsa. Sono inquieta, ho voglia di carezze e di coccole. Penso ai dolcetti che ho in casa: “Se ne prendessi uno col caffè?”, ma non ho fame, i sapori sono anche alterati dal raffreddore. Misuro la febbre e vedo che sta andando via. Mi alzo dal divano e vado in cucina. Tu mi sorridi da sopra il mobile e passo lenta la mia mano sul vetro: le nostre tre carezze della sera…Ho bisogno di carezze, stamattina più che mai.

Vicino al forno noto tre patate lesse di due giorni fa. Sono tristi, quasi quanto me. Sciacquo le tazze della colazione e…all’improvviso so cosa devo fare: le crocchette di patate! Sì, voglio coccolarmi, quindi preparerò le crocchette di patate, quelle che solo tu sapevi fare eccellenti. Non ne mangio né ne preparo da anni e saranno la mia carezza di oggi.

 “Perché a te vengono così morbide e croccanti?”

“Non lo so, forse perché mi piace accarezzare a lungo l’impasto.”

Quante volte ti ho osservata prepararle, ma mai che mi venissero buone come le tue. In cucina non eri molto brava, come ogni mamma lavoratrice hai avuto sempre poco tempo da dedicare ai fornelli. Ma come preparavi tu la pasta al forno siciliana, quella con le micropolpettine e senza besciamella, e le crocchette di patate…no, nessuno chef stellato ti potrebbe mai eguagliare.

“Devi schiacciare le patate quando sono ancora calde”, mi dicevi, “dosare bene le uova e i due formaggi grattugiati e non dimenticare il basilico, che non deve mancare nella cucina dei siciliani.”

“Ora si usa friggerli a bastoncino o a palline. Tu dai sempre la forma di polpette schiacciate.”

“Che importa? Conta il sapore, non la forma, lo sai.”

Recupero energie nascoste e inizio a pelare, schiacciare, inserire gli ingredienti, compreso il basilico e impasto a lungo, con calma, come facevi tu. Preparo la padella per la frittura e faccio come te, niente olio di semi, ma olio di oliva, quello delle vigne del signor Antonio, quello che dà un sapore unico alle pietanze. Friggo le polpette schiacciate e già ho fame. Ricordi? A volte me li facevi trovare belle calde quando tornavo affamata dal lavoro e iniziavo a mangiarle sin sulle scale.

Ne assaggio due, poi altre due e inizio a preparare la tavola perché è già ora di pranzo. Mio marito mi aiuta ad apparecchiare e anche lui assaggia le crocchette: “Che bella sorpresa! Le crocchette di tua mamma non sono mai arrivate intatte a tavola. Ti sono venute buonissime, quasi come le sue.”

Sono contenta per quel suo “quasi”, non avrei voluto che fossero squisite come le tue perché le tue, e solo le tue, dovranno restare tali. E sono contenta anche per le carezze che mi sono regalata e che ci siamo scambiate mentre le preparavo.

Piccole, grandi, preziose storie.

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Un bellissimo scritto di Giacomo Bertoni, suggerito da Lucetta, mi ha riportata alla storia di una Mamma e di suo Figlio e anche alla storia di una Scuola, di una classe di Alunni e dei loro Insegnanti. Una storia bella e importante, pur nella sua drammaticità, una delle tante piccole e preziose storie che esistono in questo mondo e che passano troppo in silenzio. Conoscere queste storie, viverle in qualche maniera, dà sempre i brividi e lascia attoniti per la forza e l’amore che le permeano.

Lei, la Signora Matilde. puoi incontrarla ogni giorno a Scuola. Accompagna Davide sin dentro l’aula poco dopo il suono della campanella, si ferma nella classe qualche minuto e viene a riprenderlo all’uscita prima delle altre mamme. A volte le fa compagnia la figlia maggiore, rarissimo quando ad accompagnare Davide è il papà per via degli orari di lavoro. Davide frequenta la quinta classe della Scuola Primaria, ha 12 anni ed è un ragazzino con gravissimi problemi psicomotori: non riesce a tenere eretto il corpo, si esprime con sguardi, suoni gutturali, urla e smorfie, soffre di ansie e di diabete. Non può fare a meno della sua speciale carrozzina e si alimenta assistito.

Mamma Matilde ogni giorno, col sole o con la pioggia, entra con l’auto nel cortile della scuola, prende dal bagagliaio la carrozzina, poi prende in braccio il figlio e lo sistema sulla sedia a rotelle, lo imbraca per bene e lo accompagna verso il portoncino, seguendo un lungo scivolo. Non sempre usa la sua carrozzina da quando l’Amministrazione Comunale ha provveduto a darne una simile a Scuola e così Matilde, Donna magra e minuta, molte mattine prende in braccio Davide e salgono insieme cinque gradini di scale. Arrivati nel corridoio, sistema Davide nella sedia speciale della Scuola e lo accompagna in classe. Aiuta le Maestre a togliere cappotti e giacchette, attende che Davide si stabilizzi e poi va via. Lo stesso si ripete al contrario all’uscita di scuola. In tutto questo Matilde viene a volte aiutata da qualche bidello, dall’insegnante di sostegno o da qualsiasi docente, genitore, personale di segreteria che in quel momento casualmente si trovi a passare da quell’angolo di corridoio. Tante altre volte fa tutto da sola.

La Signora Matilde è sempre affabile e curata, mai un lamento. Capita, però, di incrociarla disordinata, preoccupata, scura in viso quando viene chiamata dalle maestre per improvvisi problemi di Davide.

Lo scorso anno ho supplito per alcuni giorni la Maestra di Davide. Pur sapendo del bambino e della sua situazione, non nego che il mio primo impatto in quella classe fu terrorizzante, anche perché l’insegnante di sostegno sarebbe arrivata un paio d’ore dopo e idem l’assistente sanitaria. Furono i bambini della classe a dirmi di stare serena perchè mi avrebbero aiutata loro. Mi accorsi ben presto che tutti gli alunni avevano un ruolo preciso: due pensavano a far bere il compagno, sorreggendo la bottiglietta dell’acqua con la cannuccia. Davide sa indicare con un braccio quando ha sete. Due bambine erano incaricate a sorvegliare la testa del compagno, che riesce a stare eretta per una decina di minuti, poi si affloscia: “Bisogna metterla dritta altrimenti Davide respira male e può soffocare con la saliva”. C’erano i compagnetti che si preoccupavano di raccogliere eventuali oggetti che Davide poteva gettare a terra coi suoi movimenti incontrollati, c’era chi si incaricava di spostare la carrozzina perché: “ Davide così può guardare tutto e tutti e soprattutto il sole dalle finestre. Lui ama il sole, ma troppo gli fa male e dobbiamo proteggerlo”.  In un angolo della classe c’era un banco speciale perché Davide potesse lavorare con fogli, colori e materiale speciale.

Tutta la classe agiva e ruotava attorno alle esigenze del compagno in grande difficoltà. Un bambino mi disse: “ Maestra, parla a bassa voce, lui ha paura dei rumori e dei suoni forti”. Meno timorosa, iniziai la lezione senza perdere di vista quel ragazzino, ma non sapevo come rapportarmi con lui. Più volte mi avvicinai e dissi qualcosa di carino sugli adesivi spiritosi che c’erano sulla sedia a rotelle, ma Davide non entrava in contatto con me, non era abituato al suono della mia voce, preferiva guardare alcuni compagni. Poco dopo sentii dei suoni stridenti e i compagni mi avvertirono che Davide si stava innervosendo e occorreva accendere la radio. Li lasciai fare e subito dopo la voce di Laura Pausini si diffuse nell’aula. Una bambina mi spiegò che il compagno ama la Pausini, che si calma quando la ascolta perché sono le canzoni che gli canta la sua mamma: “ Noi siamo abituati a lavorare con questo sottofondo musicale”. Ed era vero; la classe mi seguì e lavorò serenamente.  Quando fu il momento della ricreazione alcuni bambini si misero attorno al compagno per non farlo sentire solo. Parlavano, scherzavano tra loro mentre Davide pareva seguirli con gli occhi e faceva smorfie. Era il suo modo di partecipare. Ricordo che mi avvicinai alla finestra e guardai il sole. Scesero delle lacrime mentre mi chiedevo tanti perché, mentre riflettevo sull’enorme lavoro svolto dalle mie Colleghe sulla classe e su Davide, mentre pensavo a mamma Matilde. Il calore del sole somigliava a Lei, a tutti quei Bambini che mi circondavano e alla loro Maestra.“Sei commossa?”, mi chiese una bimba. “Il sole mi ha abbagliata”, risposi. Poi la bambina mi invitò ad avvicinarmi a Davide: “Vuoi vederlo sorridere?”. Davide stava facendo una smorfia delicata e i suoi occhi erano vigili mentre ascoltava tre compagnetti che cantavano una canzoncina. Anche il suo braccio si muoveva al ritmo di quelle voci. Sì, stava sorridendo e tutto ebbe un significato ampio e prezioso.

Questo sarà l’ultimo anno di Davide nella mia Scuola. Giorni fa sono passata nella sua Classe per augurare a tutti buon anno scolastico. In sottofondo “Le onde” di Ludovico Einaudi:- “E la Pausini?”, ho chiesto. La Maestra ha risposto: “ Stanno diventando più grandi, pure Davide, ed è giusto che apprezzino anche altro”.

Divani

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Giovanni Boldini- Il ritratto di Alaide Banti su divano rosso- 1885

Nell’ampio soggiorno-cucina c’è  il divano verde, un due posti molto comodo e avvolgente. Riferimento per  la famiglia, soprattutto è sempre stato il mio divano, la mia àncora del benessere  e, seduta, sdraiata, distesa, stiracchiata, stravaccata, su quei cuscinoni ho fatto di tutto: conversazione, pensieri, riposo, sonno leggero e profondo, lettura, scrittura, musica, computer, televisione, merenda, pizza, cruciverba, sesso. Ma arriva il momento che quei cuscini necessitano di essere rifoderati e del caro divano verde per oltre due settimane resta solo la scocca di legno duro e inospitale.

Prego il tappezziere di fare presto perché in casa non so dove sedermi,- sì, gli ho detto proprio così e mi ha guardata strana- ma in estate i tempi si allungano sempre, si sa. I primi giorni mi sento perduta; a casa, come in tutte le case, ci sono sedie, poltrone, sdraio, letti,  altri divani, ma manca il MIO divano. Le ore peggiori sono quelle del dopopranzo e del dopocena, in effetti le uniche per l’utilizzo del divano, ma sono ore importanti. Inizio così a passare in rassegna le altre eventuali “sedute riposanti” sparse nelle varie stanze. Lì manca la lampada per la lettura, là non c’è la tv, qui è sicuramente scomodo, quella stanza è lontana da tutto, la poltrona è del marito. No, proprio non so dove trovare un posto per il relax e il divano verde mi manca come non mai. Torno dal tappezziere, sono disposta anche a pagare di più, lui mi dice che è Agosto, lavora solo al mattino e dovrò pazientare.

Confusa, scoraggiata, infuriata (mai più lavori d’estate!) nelle ore X mi aggiro inquieta per le stanze, sembro un fantasma, persino il marito si impietosisce e si rende quasi disponibile a cedere la sua amata poltrona, finchè una sera decido di provare il vecchio, inutile, ingombrante divano a righe dello studio. Eredità di famiglia, è un classico  tre posti a conchiglia che da tempo penso di eliminare per far posto a una nuova libreria. Sempre ignorato come divano, è di solito deposito di libri, carpette, fogli e quaderni, borse di lavoro, giacche. Lo sgombero di tutto, sposto il tavolinetto con la lampada che c’è accanto, prendo un paio di cuscini morbidi, il tablet e cerco il libro che sto leggendo, inforco gli occhiali e mi sdraio. Mi accorgo subito che lo studio, senza la tv che distrae e spesso infastidisce, è una stanza migliore del soggiorno per la lettura e il pc, di sera è anche più fresca e ci sono meno odori. La luce della lampada è buona, il wi-fi è potente e il divano è…non so ancora come è, ma è un tre posti e ci entro tutta. Nel due posti le gambe stanno comode sul bracciolo imbottito, qui però mi muovo con più agilità. Prendo meglio la posizione con un po’ di prove e trovo quella ideale per me. Nei giorni seguenti mi rilasso col tablet, scrivo col portatile sulle gambe, leggo e faccio il pisolino della controra. Ma che bello, ho trovato il sostituto dell’amato divano verde! Una buona alternativa. E dire  che lo avevo così lungamente ignorato nella sua funzione principale e che pensavo di eliminarlo: devo ricredermi.

In fondo succede così nella vita anche per altre cose, vero? Non so, un caldo pullover  ignorato per anni nell’armadio col rischio dei tarli e riscoperto per caso o un libro che a lungo ti ostini a non iniziare e quando infine lo cominci, perché magari non hai al momento nient’altro per le mani, sa come sorprenderti. O, di più, nelle amicizie, nei rapporti tra colleghi, negli amori. Forse è proprio vero che una larga parte di noi è fatta di abitudini e baricentri che si sono consolidati nel tempo e lasciano poco spazio al nuovo o diverso, di convinzioni che necessitano di piccoli passi per essere smussate e ammorbidite, di immobilità che chiede solo un po’ di ricerca, sperimentazione e movimento per non diventare stantia e permettere l’apertura verso semplici e nuove opportunità o prospettive .

Ieri il tappezziere mi ha consegnato i cuscinoni del divano verde, ora più bello di prima con le nuove fodere.  Beh…vi lascio indovinare su quale divano ieri sera  mi sono sdraiata per scrivere questo post 🙂

Santa Maria del Mar: l’altra cattedrale di Barcellona

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Santa Maria del Mar – Barcellona-Spagna (foto web)

Sopravvissuta alla feroce ondata  di caldo spagnolo della scorsa settimana ( a Madrid alle 22.30 si registravano 41 gradi!), mi sono ritrovata  per l’ennesima volta a Barcellona e finalmente ho potuto visitare la Basilica di Santa Maria del Mar, resa celebre dallo scrittore Ildefonso Falcones nel suo libro “La cattedrale del mare”. Premetto che non ho ancora letto il libro, ne ho sentito parlare bene da più parti, anche da amici blogger e, ora più che mai, mi riprometto di leggerlo, nonostante le sue 600 e più pagine, perché la Basilica di S. Maria del Mar è semplicemente affascinante. E …sorprendente.

Affascina la lunga e travagliata storia della Basilica, la cui prima pietra fu posta  nel lontanissimo 1329, dove ora si trova l’altare maggiore,  e sulla quale venne scolpito solo lo scudo della parrocchia a dimostrare che il tempio sarebbe appartenuto soprattutto ai parrocchiani che fornirono la manodopera (in particolare i bastaixos o macips de ribera cioè gli scaricatori di porto che trasportarono a braccia  le pietre dalle cave della collina al luogo della costruzione) e persino  l’aiuto economico . Nell’ultima chiave di volta  si nota lo scudo della giunta del cantiere, in onore a tutti gli anonimi cittadini che ne permisero la costruzione e il completamento avvenne nel  1383. Nel frattempo, però, incendi e terremoti distrussero interi pezzi della cattedrale e, in seguito, guerre, bombardamenti e furie anticlericali distrussero ancora e ancora e poco di originale si salvò.  Nella odierna  ricostruzione della chiesa si unirono tutti i catalani del quartiere, che fortemente vollero la loro Cattedrale per rendere omaggio alla Vergine che ora è posta al centro dell’altare maggiore.

“L’altra cattedrale” di Barcellona, (la Cattedrale arcivescovile della città è quella della Santa Croce e di S. Eulalia che si iniziò a costruire nello stesso periodo ad opera della Chiesa e dei nobili), luogo di antico culto e sempre prediletto  dalla gente comune, è uno splendido edificio gotico, possente all’esterno, leggero, austero, avvolgente all’interno, segnato da una geometria perfetta, una luce discreta e un’acustica eccezionale. All’interno si comprende, pur non avendo letto il libro di Falcones,  il senso di un’epoca, di un pezzo di storia dell’umanità che vide nascere l’identità e la coscienza di un popolo, quello catalano, che ha sempre lottato per un ideale ed un bene comune  e si capisce lo spirito di questo popolo così fiero ed indipendente e la sua determinazione a continuare la sua storia aggrappandosi tenacemente alle sue tradizioni ed alla sua lingua.

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S. Ignazio di Loyola dello scultore  Lau Feliu

Scrivevo in un precedente post dedicato ai miei viaggi in terra Catalana che Barcellona è una città che sa sorprenderti sempre e anche la Basilica di S. Maria del Mare ha riservato le sue sorprese. Una di queste riguarda la moderna scultura di S. Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, rappresentato come un mendicante, seduto e con una grande mano tesa a chiedere l’elemosina, simbolo di grandezza d’animo per chi sa donare. Nell’altra mano il Santo tiene un libro a dimostrazione che lo studio ci avvicina al mondo e a Dio.

L’altra sorpresa di S. Maria del Mar è stata scoprire in una vetrata lo scudetto del FC Barcelona!  Un luogo insolito per il tripudio calcistico? Non proprio: i miracoli sono sempre graditi, anche in ambito calcistico e poi il Barça è la squadra del popolo catalano (e non) e, guarda caso-non a caso, ha donato una ingente somma di danaro per la ristrutturazione della Basilica del popolo.

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Navata, vetrate, scudetto.

Uscendo dalla Basilica mi sorprende una gigantesca pubblicità proprio di fronte la chiesa, ma non più di tanto perché sorprendersi a Barcellona è considerata cosa comune.

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“La dirai una preghiera per me?” “No, non la dirò.”

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Ci sono cose e situazioni che mi fanno venire l’orticaria e risvegliano in me quella parte di insofferenza e intolleranza che mi fa andare letteralmente in bestia.

Stavolta si è trattato di  una mia collega cinquantenne che l’altra mattina, mentre bevevamo un caffè accanto al distributore,  mi ha chiesto di pregare per lei. Mi sono subito allarmata, non sono richieste che si fanno così per farle e di solito dietro ci sono problemi seri e le ho chiesto se andava tutto bene. Lei mi informa  che sta per affrontare un importante concorso e che superarlo sarebbe un miracolo. Per questo mi chiede di pregare.

Non so se ridere o piangere. “Ma stai scherzando? Chiedere una grazia, un miracolo, è una cosa molto delicata e seria per chi ha fede, lo sai, vero? Chiedi preghiere per superare il concorso direttivo? Beh, sono sollevata, per un attimo ho temuto cose gravi. I miracoli, mia cara,  si chiedono per la salute o per situazioni molto importanti,  il resto conta poco.”  Mi risponde che per lei è una cosa seria, che lo sta facendo per la salute di suo marito che si sta stressando a dover fare due viaggi all’estero ogni anno per l’azienda dove lavora.  Stavolta la risata mi scappa davvero e le suggerisco di non proseguire con questo discorso. Le dico di  affrontare il concorso con impegno e attenzione, ma anche con il dovuto distacco visto che un lavoro dignitoso comunque ce l’ha e ce l’ha anche suo marito e sua madre gode di due pensioni. “Lascia stare le richieste di  preghiere per cose molto diverse, sperando non accadano mai.” Mi risponde candida: “ Tu non comprendi: più gente pregherà per me e più alte saranno le possibilità che io superi il concorso. Per questo ti chiedo di pregare per me.”

Conoscendola bene,  lascio correre e, per tagliare il discorso,  le dico che ci penserò su,  ma lei insiste:”  Io credo nella potenza della preghiera comunitaria. Potrò contare sulla tua preghiera?” Vuole una risposta immediata e così, dopo aver contato fino a cinque, l’accontento e le  rispondo di no, non pregherò per il suo concorso, ma se può aver bisogno di qualcosa, libri, riviste, ricerche,  sarò disponibile.  Poi aggiungo: Forse sai che nella mia classe c’è bisogno di milioni di preghiere per una bimba che è ricoverata al reparto onco…”

Non mi lascia finire, dice un velocissimo: “Sì, certo, contaci, ciao.” e va a raggiungere di fretta un’altra collega. Completo di bere il caffè da sola e mi accorgo che non ha quel sapore  cattivo che ricordavo.

Comunicare (?)

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Sappiamo comunicare?  Verbalmente e per iscritto? Sappiamo capire e farci capire, instaurando così una efficace e costruttiva conversazione? La comunicazione è una questione di feedback: come in un’eterna partita a ping pong, dice Annamaria Testa nel suo libro “Farsi capire”, ogni mossa è volta a provocare una reazione nell’avversario, che a sua volta ribatte provocando una reazione in noi. A seconda della reazione, noi decideremo come agire con l’altro.

L’argomento è serio e vastissimo e sappiamo tutti quanto danno può fare la non comunicazione: da incomprensioni e malintesi nascono disaccordi, dissapori, inimicizie, liti, guerre. Dal silenzio si origina l’indifferenza, l’aridità, la frattura.

E’ noto ai più, ma mai abbastanza, che la prima regola di una buona comunicazione è il saper ascoltare, concetto tanto ovvio quanto complicato da mettere in pratica nella giusta maniera. Argomento peraltro vastissimo che richiederebbe un post a sé.

 Durante una conversazione puoi trovare l’interlocutore muto e il chiacchierone sordo, che ti lascia parlare perché non è attento a ciò che dici, non si sforza di ascoltare e la comunicazione si spegne. Puoi trovare, non manca mai in realtà, colui/colei che non lascia spazio a nessuno, interrompe tutti per arrivare al suo monologo legiferativo, Si crede brillante, ritiene di essere il solo attore, di avere davanti a sé un uditorio attento, ma non sa di aver già perso l’opportunità di comunicare in modo efficace. Diceva Zenone “per questo abbiamo due orecchie e una sola bocca, perché sia possibile parlare di meno e ascoltare di più”. Ma…

Il modo di comunicare-conversare, le parole che usiamo, il tono di voce, lo spazio, l’attenzione che diamo all’altro, ecc… può essere un forte indicatore di chi veramente siamo. Fastidiosa e poco educata, ad esempio, è l’abitudine sempre più diffusa di interrompere e di stoppare l’interlocutore; in tv, nei talk show, si abbonda e non solo per questioni di tempo o di esigenze di ripresa. I meccanismi e i significati dell’essere interrotti e del parlarsi addosso sono complessi e minano quel “fare a turno” che è una delle chiavi della buona comunicazione umana e del vivere in armonia. Oggi si legge spesso un termine inglese che non ha il corrispettivo femminile, “MANTERRUPTION”, un uomo che interrompe una donna, che la zittisce per un complesso gioco di ruoli (vabbè, siamo alle solite!) Studi psicologici rivelano e confermano una regola non scritta: zittire gli altri non è solo una forma di ineducazione, ma è anche una questione di potere e di dominazione. Le interruzioni non sono, tuttavia, tutte uguali, ci sono quelle cooperative e positive, utili a estendere la conversazione, sostenerla, chiarire meglio, e ci sono quelle intrusive, da disaccordo, per rubare la scena, per cambiare discorso, per far capire chi detiene il potere.

Anche la moderna comunicazione scritta può avere i suoi significati. Social, chat, mail e blog (la chiamano “il nuovo modo di parlare”) si alimentano con l’interscambio dei commenti, forme comunicative che comunque ci presentano e anche in questi casi si può avere una non comunicazione dagli effetti simili a quella verbale e reale. Certo, la comunicazione internettiana è più complessa, mancano il tono di voce, lo sguardo, il ritmo, il gesto (ci aiutiamo coi faccini) e poi occorre avere varie capacità e alcune volontà. Bisogna saper scrivere, trattare argomenti interessanti e farsi comprendere, dall’altra parte bisogna volere e saper leggere gli altri, anche oltre le righe. Poi bisogna voler comunicare a doppio binario e osservare regole non sempre scritte.  In parte ne ho parlato qui. Non esiste l’interruzione, ma esiste il rifiuto del commento o il commento comandato, ad esempio “resta nel tema!”. Ci sono commenti e risposte formali e seriali che inibiscono l’ulteriore sviluppo della conversazione, ci sono monologhi e avvertimenti, domande che restano senza risposte e poi ci sono commenti esaurienti, completi, sentiti, profondi, costanti, che indicano il desiderio del conversare e dell’entrare in relazione significativa con l’altro.

Saper comunicare, verbalmente, per iscritto, in modo non verbale, paraverbale e digitale è essenziale per le relazioni umane. Prendere consapevolezza del proprio modo di comunicare e interagire con l’altro resta sempre la maniera più efficace per migliorarsi e migliorare.

Ripartire

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Valencia – Palazzo della seta

Non è mai facile ripartire dopo uno stop della vita. Di stop la vita ne può riservare tanti e di vario genere. Questa volta per me è stato un lutto e la rielaborazione della perdita di una persona molto cara è sempre personale e necessita di tempi anche lunghi. Al di là del sostegno e della vicinanza dei familiari e degli amici più vicini, oltre l’aiuto meraviglioso dei miei alunni, una forte mano d’aiuto me l’ha data la mia dottoressa, sì, il famoso medico di famiglia che spesso riteniamo figura superficiale visto che per ogni minimo malanno ricorriamo ormai a specialisti e luminari della medicina. Lei, che conosce bene la vita e l’impietoso dolore, mi ha ascoltata mentre le descrivevo tutti i  malanni che mi sono piombati addosso all’improvviso e, dopo svariati accertamenti e cure mediche,  mi ha detto: “ Hai spostato l’attenzione dal corpo di tua madre al tuo. Vabbè, hai qualche problema, ma potrai conviverci bene. Quindi se vuoi guarire velocemente, parti per quel viaggio che mi dicevi.” Ed io: “Parto? Ma se fatico a camminare! No, impossibile, anche se mi dispiace da morire.” E lei: “Parti! Dimenticherai  il dolore alla gamba e alla schiena e nel caso prenderai gli antidolorifici. Se adesso ti accartocci sul tuo problema di salute, rischi di entrare in depressione. Vai a preparare la valigia.” E poiché  si rifiutò categoricamente di fare un certificato medico per recuperare parte dei soldi che avevo già pagato da mesi per il viaggio, e poiché volevo stare meglio e partire, tra le benedizioni di mio marito e le perplessità di mia sorella,  nel giro di tre giorni mi trovai sull’aereo.

Zoppicante e un po’ preoccupata, ho passeggiato per le strade della sempre sorprendente Barcellona e dell’elegante Valencia, ho ritrovato le colleghe amiche, ho lavorato, divertendomi , con i bambini spagnoli,  ho divorato di gusto la cucina catalana che mi piace tanto, ho riso e  fatto “AHI”.

Sì, sto ripartendo. Zoppico ancora, ma passerà. Ginnastica e fisioterapia mi aiuteranno e mi renderanno scattante, veloce  e pronta per  l’estate, per il mare e, chissà,  per qualche altro viaggio. Sono certa che lei, la mia dolce stella, sorride da lassù perché lei mi ha sempre voluta  così.

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Barcellona – Particolare della Sagrada Familia

Stelle

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E’ una sera dolce e tiepida e in cielo ci sono le stelle. Sono nella tua terrazza, così, senza un vero motivo, senza nulla fare o cercare. Non più. O forse sì, c’è sempre qualcosa da fare, da cercare, da pensare o ricordare.

La serata è simile a quella dello scorso autunno, quando ti convinsi a fare un giro in terrazza. Parlavo di un po’ di tutto per stimolare la nostra conversazione, ti chiesi del “Conte di Montecristo”, il libro che stavi tentando di rileggere  sul mio tablet con scrittura gigantesca. Non interagivi molto, eri affaticata. Non mancò il nostro rito serale delle carezze, tre io a te, tre tu a me, sui capelli, come piaceva a noi due. Prima di rientrare mi chiedesti se in cielo ci fossero le stelle. Risposi di sì, ma aggiunsi che si vedevano poco, erano offuscate, anche se non era vero. E mi dicesti: “Vorrei tanto rivederle, non ci riesco più”. Ed io: ” E tu guarda me; da bambina mi ripetevi che ero la tua stella. Lo sono ancora, vero?” “Sempre”, rispondesti e accennasti a un sorriso. Ricordo che girai la testa perché non volevo che vedessi i miei occhi. Le stelle  piangono solo per San Lorenzo.

Ora che tu sei diventata una stella, sono io a cercarti nel cielo della sera quieta e forse da qualche luminoso punto stai continuando a sorridermi.

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Il Poeta dedicò questi splendidi versi alla moglie, dopo la sua scomparsa. Io li dedico alla mia mamma.

H.24 (Loro)

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(Ultima parte di tre)

LEI

Ho mal di testa. Pier Ferdinando non tornerà al suo amato lavoro, i quadri organizzativi dell’azienda ora non lo consentono. A pranzo mi dovrà ascoltare! Che si inventi la qualsiasi per darsi una mossa, consulenze private, palestra, ippica,… qualcosa che gli dia un pochino di entusiasmo. Gli ho detto del bricolage, del cortile da sistemare, della biblioteca,…mi ha guardata come fossi un ‘ebete! Mi ha parlato di campeggi. I campeggi…alla nostra età!

LUI

Ho mal di testa. Lionella fa discorsi strampalati, vuole che mi metta a zappare il cortile, che mi inventi un hobby, che …che…che… Non le piace nulla di ciò che le propongo: lunedì c’è la carioca con le amiche, martedì c’è da stirare, poi ci sarà da curiosare all’outlet… No, più tardi mi sentirà, ci sono io, anche io e da adesso le giornate le programmeremo insieme, che le piaccia o meno. Tanto per iniziare  desidero eliminare qualche mobile e crearmi una stanzetta per fare sport in casa, io non amo le palestre con tutta quella gente che suda e alza la polvere. Comprerò qualche attrezzo sul web. E poi voglio un cane e un gatto! Farà storie, grosse storie, ma dovrà rassegnarsi!

……    ……

Lei: Che programmi hai per pomeriggio? Io andrò dalla mamma di Marta, sta male e noi amiche facciamo i turni per farle compagnia e sollevare un pochino Marta dall’assistenza.

Lui: Pomeriggio farò una visita al canile comunale. Voglio prendere un cane, lo desidero da tempo.

Lei: CosAAA?! Toglilo dalla testa, un cane a casa mia non entrerà mai! Hai scordato che sono allergica ai peli dei quadrupedi?!

Lui: Casa tua??? Casa nostra, vorrai dire! Anche mia! Ci saranno degli antistaminici per la tua allergia e poi pensavo di costruire una cuccia vicino al garage, in cortile, fuori, così la mia madame non si turberà!

Lei: Mai e poi mai! Che ne sai te della tua madame? Quanto l’hai vissuta negli ultimi decenni? Lavoro, ufficio, colleghi, mai casa e famiglia, mai! Sempre e solo al minimo sindacale!

Lui:  Cosa vi è mancato? Non venirmi a dire che ti sono mancato io, eh! Sei ben organizzata con le amiche, la palestra, il computer, la casa, le figlie. Mai una richiesta o uno spazio per me, con me. Mai un interesse da parte tua sul mio lavoro, il mio ambiente, mai!

Lei: Il tuo ambiente! Questo è il tuo ambiente! Qui c’è la tua famiglia. Sai cosa è una famiglia? O sai solo di lavoro, colleghi e segretaria?! A stento conosci i tuoi nipoti. Tua moglie, poi… Hai avuto da me dedizione, fedeltà, rispetto e hai dato a me, a noi, solo serenità economica. Ho dovuto riempire la tua assenza, anche nelle forme più sciocche!

Lui: Non  nego di essere stato un po’ distante. Ti sei chiesta il perché? A casa non esistevo, sono stato un ospite, non avevo un ruolo, non potevo intervenire nei discorsi con le ragazze, tu sempre presa dalle tue giornate. Voi tre, voi tre e io. E, non lo crederai, ma anche io ti ho sempre rispettata. Riconosco il tuo impegno, la tua solitudine, ma pure tu devi ammettere di avere sbagliato su tante cose. Avrei preferito meno camicie stirate alla perfezione, più disordine in casa e la Lionella di venti anni fa!

Lei: Lo sai quanto ho pianto quando decidesti di prolungare il lavoro? O quando mi dicesti che avresti pranzato ogni giorno coi colleghi? O tutte quelle volte che andavo a fare la mammografia e poi non mi chiedevi l’esito? Mi hai dato un guscio di casa e due figlie e mi hai detto che il mio posto era qui e ho fatto del mio meglio perché tutto andasse bene, anche per te: quante volte ho disturbato la tua carriera con delle richieste? Credevi non avessi desideri?!? Credi sia stato facile crescere da sola due figlie?!

Lui: Avrei voluto essere disturbato! Sapere che nei tuoi pensieri c’ero anche io! Ma tu dovevi dimostrare al mondo di farcela anche senza di me! Ora siamo noi due, h 24, e sei, e siamo… smarriti.

Lei: H 24, già. Sono stata dal tuo capo per chiedergli di riprenderti. Inutilmente.  Non sei felice da solo con me e non sopporto di vederti così abbattuto, senza un programma, una meta, un interesse…

Lui: Ho chiamato Paola, per un attimo ho pensato che andare a vivere con loro avrebbe dato un senso maggiore  al nostro continuare insieme. Anche tu non sei felice h.24 con me, mi sento  di peso. Dove abbiamo sbagliato tutti e due non lo so. O forse sì.

Lei: Non possiamo cancellare gli errori, forse possiamo decidere come proseguire. Siamo ormai anziani, abbiamo bisogno di …Rispondi tu al telefono?

Lui: No, vai tu, sicuramente cercano te.

…….    …….

Lui: Che succede? Chi era? Sei pallida.

Lei: Karola. Suo marito ha perso il lavoro tre mesi fa, non riescono più a farcela al Nord, mi ha chiesto se possono venire a vivere da noi, lui riprenderà il lavoro nella serra del padre, Marcolino si trasferirà nella scuola qui vicino e, se tutto andrà bene, poi affitteranno una casa.

Lui: Non ho mai sopportato il marito di Karola, lo sai.

Lei: Non lo conosci.

Lui: E quando pensano di trasferirsi?

Lei: Il prossimo mese, forse prima.

Lui: Tu che dici?

Lei: Non possiamo chiudere la porta in faccia a nostra figlia. Dico sì. E tu?

Lui: Quello che dici tu. Marcolino prenderà la stanza delle ragazze e Karola e il marito si adatteranno in mansarda? Ci andrà di mezzo il tuo bricolage…

Lei: Figurati…non ho più la forza per lavorare il legno. Sì, si può fare.

Lui: Dobbiamo rifare il bagno e comprare alcuni mobili nuovi. Andiamo all’Ikea nel pomeriggio?

Lei: No, io andrò dalla mamma di Marta, tu inizia a prendere misure, cerca un idraulico, fai preventivi e organizza per la prossima settimana. Sarà un compito tuo, io sono stanca, ti seguirò volentieri, ma a distanza.

Lui: Ti fidi?

Lei: Sempre. Ah, dimenticavo: porteranno anche Mia.

Lui: Chi è Mia?

Lei: La loro bassottina. Pensa, quindi, alla cuccetta nel cortile. Io chiamerò il medico per l’allergia. Vuoi un caffè?

Lui: Sì, bello forte. Grazie.