H.24 (Loro)

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(Ultima parte di tre)

LEI

Ho mal di testa. Pier Ferdinando non tornerà al suo amato lavoro, i quadri organizzativi dell’azienda ora non lo consentono. A pranzo mi dovrà ascoltare! Che si inventi la qualsiasi per darsi una mossa, consulenze private, palestra, ippica,… qualcosa che gli dia un pochino di entusiasmo. Gli ho detto del bricolage, del cortile da sistemare, della biblioteca,…mi ha guardata come fossi un ‘ebete! Mi ha parlato di campeggi. I campeggi…alla nostra età!

LUI

Ho mal di testa. Lionella fa discorsi strampalati, vuole che mi metta a zappare il cortile, che mi inventi un hobby, che …che…che… Non le piace nulla di ciò che le propongo: lunedì c’è la carioca con le amiche, martedì c’è da stirare, poi ci sarà da curiosare all’outlet… No, più tardi mi sentirà, ci sono io, anche io e da adesso le giornate le programmeremo insieme, che le piaccia o meno. Tanto per iniziare  desidero eliminare qualche mobile e crearmi una stanzetta per fare sport in casa, io non amo le palestre con tutta quella gente che suda e alza la polvere. Comprerò qualche attrezzo sul web. E poi voglio un cane e un gatto! Farà storie, grosse storie, ma dovrà rassegnarsi!

……    ……

Lei: Che programmi hai per pomeriggio? Io andrò dalla mamma di Marta, sta male e noi amiche facciamo i turni per farle compagnia e sollevare un pochino Marta dall’assistenza.

Lui: Pomeriggio farò una visita al canile comunale. Voglio prendere un cane, lo desidero da tempo.

Lei: CosAAA?! Toglilo dalla testa, un cane a casa mia non entrerà mai! Hai scordato che sono allergica ai peli dei quadrupedi?!

Lui: Casa tua??? Casa nostra, vorrai dire! Anche mia! Ci saranno degli antistaminici per la tua allergia e poi pensavo di costruire una cuccia vicino al garage, in cortile, fuori, così la mia madame non si turberà!

Lei: Mai e poi mai! Che ne sai te della tua madame? Quanto l’hai vissuta negli ultimi decenni? Lavoro, ufficio, colleghi, mai casa e famiglia, mai! Sempre e solo al minimo sindacale!

Lui:  Cosa vi è mancato? Non venirmi a dire che ti sono mancato io, eh! Sei ben organizzata con le amiche, la palestra, il computer, la casa, le figlie. Mai una richiesta o uno spazio per me, con me. Mai un interesse da parte tua sul mio lavoro, il mio ambiente, mai!

Lei: Il tuo ambiente! Questo è il tuo ambiente! Qui c’è la tua famiglia. Sai cosa è una famiglia? O sai solo di lavoro, colleghi e segretaria?! A stento conosci i tuoi nipoti. Tua moglie, poi… Hai avuto da me dedizione, fedeltà, rispetto e hai dato a me, a noi, solo serenità economica. Ho dovuto riempire la tua assenza, anche nelle forme più sciocche!

Lui: Non  nego di essere stato un po’ distante. Ti sei chiesta il perché? A casa non esistevo, sono stato un ospite, non avevo un ruolo, non potevo intervenire nei discorsi con le ragazze, tu sempre presa dalle tue giornate. Voi tre, voi tre e io. E, non lo crederai, ma anche io ti ho sempre rispettata. Riconosco il tuo impegno, la tua solitudine, ma pure tu devi ammettere di avere sbagliato su tante cose. Avrei preferito meno camicie stirate alla perfezione, più disordine in casa e la Lionella di venti anni fa!

Lei: Lo sai quanto ho pianto quando decidesti di prolungare il lavoro? O quando mi dicesti che avresti pranzato ogni giorno coi colleghi? O tutte quelle volte che andavo a fare la mammografia e poi non mi chiedevi l’esito? Mi hai dato un guscio di casa e due figlie e mi hai detto che il mio posto era qui e ho fatto del mio meglio perché tutto andasse bene, anche per te: quante volte ho disturbato la tua carriera con delle richieste? Credevi non avessi desideri?!? Credi sia stato facile crescere da sola due figlie?!

Lui: Avrei voluto essere disturbato! Sapere che nei tuoi pensieri c’ero anche io! Ma tu dovevi dimostrare al mondo di farcela anche senza di me! Ora siamo noi due, h 24, e sei, e siamo… smarriti.

Lei: H 24, già. Sono stata dal tuo capo per chiedergli di riprenderti. Inutilmente.  Non sei felice da solo con me e non sopporto di vederti così abbattuto, senza un programma, una meta, un interesse…

Lui: Ho chiamato Paola, per un attimo ho pensato che andare a vivere con loro avrebbe dato un senso maggiore  al nostro continuare insieme. Anche tu non sei felice h.24 con me, mi sento  di peso. Dove abbiamo sbagliato tutti e due non lo so. O forse sì.

Lei: Non possiamo cancellare gli errori, forse possiamo decidere come proseguire. Siamo ormai anziani, abbiamo bisogno di …Rispondi tu al telefono?

Lui: No, vai tu, sicuramente cercano te.

…….    …….

Lui: Che succede? Chi era? Sei pallida.

Lei: Karola. Suo marito ha perso il lavoro tre mesi fa, non riescono più a farcela al Nord, mi ha chiesto se possono venire a vivere da noi, lui riprenderà il lavoro nella serra del padre, Marcolino si trasferirà nella scuola qui vicino e, se tutto andrà bene, poi affitteranno una casa.

Lui: Non ho mai sopportato il marito di Karola, lo sai.

Lei: Non lo conosci.

Lui: E quando pensano di trasferirsi?

Lei: Il prossimo mese, forse prima.

Lui: Tu che dici?

Lei: Non possiamo chiudere la porta in faccia a nostra figlia. Dico sì. E tu?

Lui: Quello che dici tu. Marcolino prenderà la stanza delle ragazze e Karola e il marito si adatteranno in mansarda? Ci andrà di mezzo il tuo bricolage…

Lei: Figurati…non ho più la forza per lavorare il legno. Sì, si può fare.

Lui: Dobbiamo rifare il bagno e comprare alcuni mobili nuovi. Andiamo all’Ikea nel pomeriggio?

Lei: No, io andrò dalla mamma di Marta, tu inizia a prendere misure, cerca un idraulico, fai preventivi e organizza per la prossima settimana. Sarà un compito tuo, io sono stanca, ti seguirò volentieri, ma a distanza.

Lui: Ti fidi?

Lei: Sempre. Ah, dimenticavo: porteranno anche Mia.

Lui: Chi è Mia?

Lei: La loro bassottina. Pensa, quindi, alla cuccetta nel cortile. Io chiamerò il medico per l’allergia. Vuoi un caffè?

Lui: Sì, bello forte. Grazie.

 

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H 24 (Lui)

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(seconda parte di tre)

Lui

L’altra mattina ho fatto qualcosa di incredibile: ho telefonato a mia figlia maggiore e con mille giri di parole le ho praticamente chiesto che ne pensasse dell’eventualità di trasferirci io e la mamma nella sua casa del Nord. Che ci stiamo a fare da soli qui?  Ora che sono un pensionato  potrei spostarmi, qualche liretta c’è per affrontare il trasloco e potrei essere utile ai nipotini, conoscerli meglio, intanto. Non so, magari si potrebbe costruire una nuova idea di famiglia, famiglia che ho percepito poco a causa -o grazie- al lavoro. Lei, mia figlia, con un altrettanto enorme giro di parole, mi ha detto che sono ben organizzati con asili nido e baby sitter, che sarebbe bello ma ci vorrebbe una casa in affitto, da loro non c’è spazio, che tra poco probabilmente si sposteranno in un’altra città, che… che…che. Afflitto, ho chiuso il telefono. Con la minore non ci penso nemmeno, mio genero mi provoca l’orticaria.

Che fare? Proprio non lo so. So solo che così non va. La mia vita ha preso una svolta aspettata: temevo il pensionamento, e a ragione. Mi sento spento e senza obiettivi. Ho una casa, una salute che regge, una discreta pensione e una moglie ancora piacente e piena di energie, nonostante i suoi sessantacinque anni e qualche acciacco. Lionella è una brava persona e una buona moglie e madre, non posso farle grossi rimproveri. Anche io sono una brava persona e penso di essere stato un buon marito e un buon padre. Un po’ distante per il mio lavoro, ma comunque presente,  non ho  fatto mancare nulla a nessuno. C’ero quando sono nate le bimbe, c’ero a tutte le feste comandate, ai matrimoni,  c’ero tutte le volte che era richiesta la mia presenza. Certo, non è stato semplice vivere con tre donne, mi sentivo escluso dai loro interessi, per me spesso futili,  e forse  per questo mi rifugiai sempre più nel lavoro, ma anche e soprattutto perché il lavoro mi piaceva. Bello l’ambiente, importanti le responsabilità e le gratificazioni, gradevolissimo il rispetto per ciò che facevo. In quegli uffici mi sentivo vivo, ebbro di me stesso, forte, utile. A casa…ero un gradito ospite serale. La cosa non mi pesava, Lionella mi toglieva i pensieri della quotidianità e mi permetteva di dedicarmi anima e corpo al lavoro e di far carriera, quella carriera che lei non tentò nemmeno per portare avanti la famiglia, la nostra famiglia.  Quasi non mi accorsi che le bambine erano diventate donne, che mia moglie stava invecchiando. Non mi accorsi che gli amici di gioventù erano spariti perché  mi ero chiuso nel mio gratificante guscio lavorativo. Perché Lionella non mi ha mai chiesto di  andare al mare? Di fare un viaggio? Io gliel’ho mai chiesto? Boh… la domenica mattina la dedicavo al calcio, il pomeriggio c’erano i ragazzini della cooperativa da allenare, in serata qualche film e il lunedì di nuovo al lavoro. In ufficio ritrovavo Pier Francesca, la mia segretaria di sempre. No, no, mai nulla con lei, ma era così piacevole affrontare la giornata insieme, comprenderci con uno sguardo, essere complici, discorrere e…vabbè, sì, un pochino corteggiarci, ma solo un po’, niente di niente, sapevamo che dovevamo rispettare i nostri ruoli di coniugati. Mi manca! Con lei si parlava di tutto, mi comprendeva a colpo, mi ascoltava, si fidava e metteva a nudo le sue fragilità. Basta, inutile ricordare, si fa tardi, devo tornare a casa, forse Lionella ha bisogno di me. Ma anche no, lei sa fare tutto, è abituata, ha imparato in fretta. Ha dovuto e l’ho costretta io.  Per assurdo che sembri sarei dovuto andare in pensione almeno dieci anni fa, quando  tra noi due c’era più intesa e passione, le figlie erano ancora a casa e sarebbe stato più semplice  fare il marito e il padre. E adesso? Ora sto con Lionella H 24 e mi sento un fantasma. Giro per casa, cerco un po’ di spazio, ma di mio ci sono solo un armadio, due cassetti, mezzo letto e la mensola del bagno. Persino la mansarda è diventata sua con gli attrezzi per il bricolage di legno! Non posso fargliene una colpa: io ero altrove.  Adesso mi rattrista vedere Lionella tesa, guardinga, come se vivesse con uno sconosciuto. Le voglio bene, guai se si ammalasse, ma H 24 con lei e con le sue abitudini è… è…senza meta!  A volte prendo l’auto e giro a zonzo per ore, per togliermi di torno, ma anche per respirare di ricordi e nostalgie. Ah, se solo potessi tornare al lavoro per un paio d’ore al giorno! Sarei un uomo felice e lo sarebbe anche mia moglie. Vederla più serena mi farebbe  stare meglio.

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A QUESTO PUNTO  ANDARE AVANTI DIVENTA UN PO’ COMPLICATO. I GIOCHI SEMBRANO COMPIUTI.

CHE AVESSE RAGIONE LA FORNERO COL SUO “LAVORARE, LAVORARE, LAVORARE, FINCHE’  MORTE NON VI SEPARI DALLO STESSO”?!?

GIAMMAI !!!

UN FINALE  LO TROVO E SARA’ …COME PIACE A ME. LO AFFIDO ALLA VITA E A CERTE INASPETTATE CIRCOSTANZE CAPACI, A VOLTE, DI SCHIARIRE LE NOTTI PIU’ NUVOLOSE.

H 24 (Lei)

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(Prima parte di due, forse di tre)

Lei

L’altra mattina ho fatto qualcosa di incredibile: sono andata dall’ex dirigente di mio marito, che è anche un buon amico, e l’ho pregato di riprenderselo! Con voce per nulla scherzosa, gli ho chiesto di togliermelo da casa e di trovargli qualcosa da fare negli uffici, qualsiasi cosa, anche gratis. Lui mi ha risposto che prevedeva questo perché Pier  Ferdinando ha amato sempre il suo lavoro e da pensionato, quale ora è, nei primi tempi ne avrebbe sofferto sicuramente. “Sono trascorsi nove mesi dalla pensione e non si è ancora adattato?” Ho risposto di no, non si è adattato lui e non mi sono adattata io. Ha sorriso benevolo e mi ha promesso che ci penserà.  “Presto!”, gli ho detto mentre lo salutavo, “Fai presto o scoppieremo entrambi”.

Ma cosa ho combinato? Per la maggior parte delle coppie il pensionamento è una gioia: si potrà stare  più insieme, si potranno fare cose nuove o  da sempre rinviate, viaggiare ad esempio, dedicarsi agli hobby, ecc…ecc…Viaggiare…con la maledetta paura degli aerei che abbiamo…. E poi ci vorrebbero tanti soldini. Hobby? Il suo hobby preferito è il lavoro, sì, c’è il calcio, ma alla sua età e con gli acciacchi che ha, se lo può scordare.

Per la maggior parte la pensione è una gioia, per altra maggior parte è una jella che rompe delicati equilibri faticosamente conquistati..

Pier Ferdinando è un bravo marito e  gli voglio un bene dell’anima: guai se gli succedesse qualcosa di brutto! Però, non lo voglio in mezzo ai piedi H 24!!! Da quando è in pensione, dispersi gli amici visto che da quell’ufficio usciva solo la domenica, gironzola per casa come un fantasma, si impiccia in tutto, vuole fare e alla fine non combina nulla. Un po’ mi aiuta, con la spazzatura, ad esempio, o se devo spostare un mobile o pagare una bolletta alla posta, ma non ho bisogno del suo aiuto, da quarantacinque anni me la sbrigo da sola. Sta diventando sciatto:  in tuta, persino in pigiama tutto il giorno,  ciondola davanti alla tv. Se devo uscire per delle commissioni, mi si appiccica dietro, se vado a trovare un’amica( io alcune amicizie ho saputo mantenerle, a differenza sua),  inizia a frignare che non vuole stare solo per troppo tempo per poi diventare muto quando siamo insieme. Solo quando sparisce per alcune ore con la macchina, dove va non lo so e non mi interessa, riprendo a respirare libera per casa. Io sono una buona  moglie, madre e nonna, sono attenta e fedele, premurosa con tutti, ma lui da qua.ran.ta.cin.que anni mi ha abituata a stare da sola, lui e il suo amato lavoro! Partiva alle 7.30 del mattino e ci si rivedeva alle 7.30 di sera. Alle  22.30 eravamo tutti a letto. Persino il pranzo preferiva fare alla mensa coi colleghi anche se il suo ufficio era a 10 minuti da casa! All’inizio ci rimasi molto male, poi mi rassegnai  a pranzare da sola, le bambine stavano a scuola sino al pomeriggio, e i miei pranzi erano volanti, quando c’erano, di solito un panino davanti alla tv. Da sola. Avevo tempo e la casa tutta per me: con calma  organizzavo la mia giornata, distribuivo bene le ore per pensare alle pulizie, a tutto ciò che richiede la vita, pagamenti, certificati, pratiche varie e pensavo  alle figlie e a me stessa. Anche a mio marito. Stiravo le sue camicie alla perfezione, tanto per dirne una; Pier Ferdinando è sempre stato un figurino, ancora adesso le amiche me lo invidiano  per l’eleganza, la signorilità, la simpatia. Mi è mancato durante l’adolescenza delle ragazze, non è stato facile per me e per loro e poi eravamo ancora giovani, in salute, la passione reggeva, ma il tempo del pensionamento si prolungò per leggi e leggine varie. Quando, poi,  le ragazze si sposarono  al Settentrione, lui  chiese e ottenne altri anni di proroga dal pensionamento. Altra delusione per me e così  ho scoperto Skype, Instagram e altro. No, non ho mai fatto nulla di disdicevole, chat  e videochiamate con le figlie e con i nipotini che altrimenti vedrei due volte l’anno,  pubblicazione di alcuni lavoretti di bricolage di legno che sono la mia passione, chiacchiericcio di tutto e di niente con questo e quello. Ora, con il marito alle costole, tutto  diventa pesante: ” Che fai? Questa chi è? Non cucini?”. Uffa e riuffa! Devo inventarmi qualcosa, se non tornerà in ufficio, anche se ha già compiuto settanta anni, scoppieremo! Inoltre, io voglio continuare a vederlo felice e, evidentemente, da solo con me non lo è.

Spot Volkswagen “I sogni dei bambini”: pericoloso e diseducativo.

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In questi giorni sta girando uno spot pubblicitario della casa automobilistica tedesca Volkswagen che è, a mio avviso,  oltremodo diseducativo, fuorviante e pericoloso. Lo scorso pomeriggio lo avevo visto solo nella parte finale e sono rimasta interdetta, oggi l’ho visto tutto e compreso ancor meglio. Veramente pessimo in ogni versante.

Intanto mette in ballo i bambini e l’attenzione in questi casi deve essere massima. Ci sono dei bambini che sognano le auto di lusso (e la velocità folle). Solo io da bambina sognavo di avere una semplice e bella bicicletta? I sogni sono sogni, ok, ma non puoi sognare per una vita ciò che difficilmente potrai avere, altrimenti il sogno potrà divenire ossessione e incubo. Incitare i piccoli a sognare il lusso  che non potranno mai avere…mah! Quasi tutto il mondo pubblicitario è incentrato sul lusso per pochi, lo sappiamo, il messaggio Volkswagen semplicemente lo rimarca per poi sottendere che ciò che abitualmente non si sogna, cioè le auto tedesche, è ciò che non ti ammazza. Trovo questo  parecchio discutibile.

Il peggio di questa nuova pubblicità, però, deve ancora arrivare. Infatti nello spot accade che un bambino si imbambola vedendo passare un’auto di lusso e, inebetito e stregato, attraversa la strada senza la minima attenzione. Sopraggiunge un’auto Volkswaghen con sistema frenante di sicurezza che riesce a bloccarsi e a non uccidere il bambino sognatore. L’automobilista, belloccio, si incanta a sua volta nel vedere il bambino sognante e appare una scritta micidiale, “Continuiamo a lasciarli sognare”. Cioè continuiamo a far sì che i bambini attraversino la strada come degli ebeti, degli automi, tanto ci sono le nuove auto tedesche che montano il sistema frenante automatico! Peccato che non tutti gli automobilisti guidino auto con questo nuovo sistema frenante automatico, vecchie Volkswagen o altro che sia. Peccato che per strada passano anche moto, autobus, bici, carrozze e carretti! Ma tu, bambino, continua pure a inseguire i tuoi sogni attraversando la strada senza guardare che presto arriveranno le automobili che frenano da sole!

Mi chiedo che ci spendiamo a fare a scuola noi insegnanti nel fare educazione stradale e nel ripetere mille volte la massima prudenza quando si deve attraversare la strada. Mi chiedo a che servano le parole dei genitori ripetute all’infinito ai figli: attraversa sulle strisce pedonali, cerca il semaforo dei pedoni, guarda quattro volte a destra e a sinistra prima di attraversare”.

E, aggiungo, non lasciarti stregare da niente e da nessuno, solo dalla bellezza della vita.

Lasciamo sognare i bambini, sì, educandoli alla consapevolezza che certi sogni sono solo sciocchi sogni e che riuscire ad attraversare una strada  richiede sempre la dovuta attenzione perché alla fine è sempre e solo di te stesso che puoi veramente  fidarti.

Se vuoi vedere lo spot Volkswagen Natale 2017 clicca qui. Nel mio blog non apparirà per esteso.

Il racconto di Natale

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Arriva Natale e dovrei decidermi a scrivere qualcosa per questo blog. Sto cercando un’idea, qualcosa di adatto alla festività, di tenero, di dolce, di buono, di, oserei dire, miracoloso. Si usa fare così, giusto? Le tenere  fiabe di Natale, quelle che sanno far sognare… Dai, Marirò, concentrati, pensa  a una storia, qualsiasi cosa, purchè bella, dai, lo hai sempre fatto a dicembre per il tuo blog.  Eh sì, lo so, lo so, periodo particolare il tuo, però potresti metterci un attimo di impegno, suvvia! Non ti va di scrivere il racconto di Natale? Di inventare una storia con un lieto fine? Non è obbligatorio farlo, lo sappiamo, ma sappiamo  che alla fine ti piacerebbe riuscire, anche per rompere questo fermo che ti ha colpita. Un mese che non pubblichi, che non riesci a leggere i tuoi amici di blog. Su!

Ok, ok silenzio che ci penso…Natale, uhm, vediamo…Non so. Un lieto fine…

Potrei scrivere di te che sei tanto ammalato e che soffri da matti in un letto d’ospedale. Poi, non so come, non so da dove o da chi, arriva una medicina miracolosa  e tutto passa. Via i dolori, via la paura, via il pigiama:  ridi, canti, ti alzi da quell’inferno di letto, dai un calcio a quell’odiosa sedia a rotelle e corri per strada, fregandotene del freddo e della pioggia, felice, sano, in compagnia dei tuoi amici e del tuo amore. Sarebbe una storia meravigliosa, ma quel farmaco…

Oppure potrei scrivere di te che sei arrivato qui dopo aver affrontato un viaggio spaventoso, fuggendo dalla violenza, dalla fame e dalla miseria e hai trovato il calore di una nuova e migliore realtà pronta ad accoglierti per un’esistenza degna d’essere vissuta. Sì? Davvero?

E se invece scrivessi di te, tesoro mio? Sì, di te che hai speso oltre 30 anni della tua vita sui libri, studiando con entusiasmo e impegno e, dopo due lauree, finalmente farai  un degno e trionfale ingresso nel mondo del lavoro, quello per il quale hai studiato, non troppo lontano da casa, quella casa che già stai timidamente  arredando col tuo amore e che aspetta solo di essere vissuta dalla vostra unione. E ora che il lavoro ci sarà, si potrà  pensare a tutto questo. Oh, sì che sarebbe Natale!

Potrei raccontare di te che non sai dove sbattere la testa con la miseria di stipendio che prendi. Quando lo prendi, ovviamente. Per fortuna nella tua zona c’è una mensa sociale col salone riscaldato. Casa tua è troppo fredda e hai già beccato una brutta bronchite. Come potrei concludere il racconto? Dovrei ricorrere a un gratta e vinci o alla Lotteria Italia per far sì che il tuo Natale sarà ricco di lucine, tavola imbandita e calore di casa.

Mi piacerebbe  scrivere di te, donna annichilita dalla paura e tanto sola, mi piacerebbe scrivere che da quell’orecchio non senti bene per una otite virale e non per gli schiaffi che ricevi un giorno sì e uno no dal tuo carnefice e mi piacerebbe scrivere che da questo Natale  potrai riprendere a vivere perché quello schifo di uomo marcirà in galera per sempre. Per sempre…

La mia mente sta vagando a 360°, non riesco a sviluppare una traccia chiara, in ogni possibile storia mi sfugge qualcosa per un finale degno del Natale e  dovrei lavorare duro di fantasia per rendere il tutto credibile.

Buio.

Oh, buio vero, nel senso che è saltata la corrente elettrica. Resta solo la luce dello schermo del portatile. Devo alzarmi per accendere qualche candela, ce ne sono alcune sparse per casa, ovviamente natalizie. Ok, ne accendo una e continuo a pensare e scrivere finchè la batteria vorrà. La candela presa a tentoni ha la forma di un pupazzo di neve, è carina e arriva dalla Val D’Aosta. Me l’ha portata una mia collega che ama la montagna…

TU, sì, TU! Scriverò di te! Come ho fatto a non pensarci? Sì, scriverò il mio racconto natalizio su di te, carissima collega e amica. Te, che in molti  guardano storta perché ami vestire eccentrica e firmata. Te, che spesso viaggi per il mondo con le amiche, anche con me, lasciando marito e figli a casa. Te, che frequenti palestre e piscine per tenerti in forma. Te, che sorridi spesso e sparli poco. Te, che hai sorpreso chi non ti conosce bene per la scelta forte e coraggiosa che hai fatto. Sei, siete tornati a casa da una settimana, tu con un rene in meno, tuo marito col tuo rene. Non puoi ancora gettare dal balcone quell’odioso trolley della dialisi domestica, non ancora, ma presto sì, lo farai, sì che lo farai.Lo farete insieme e con i vostri figli. E sarà Natale.

Sì, sì, mi piace questa storia, è bella, è vera, è natalizia, è senza stagioni; sa di buono, sa di cuore, sa di te.

Buon Natale, L., auguri a te e a tutta la tua famiglia.

Buon Natale, Amici di blog, Liete festività a voi e ai vostri cari.

Il corteggiatore e le parole al vento

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Paul Gauguin – The Swineherd, Brittany – 1888

 Nel paese le chiacchiere spesso volavano come il vento tra le vie e le piazzette e, come il vento, a volte erano stuzzicanti e giocherellone , altre  sferzanti, fastidiose, gelide, ostili. Da un paio di settimane non si parlava d’altro nei punti di ritrovo della gente: il professorino era stato denunciato  per corteggiamento scriteriato e nel paesello fu come se si fosse abbattuto un forte Grecale. In effetti il professorino, vista la sua carriera di docente  e di ricercatore, era un professorone. Aveva pubblicato alcuni libri scientifici e collaborato con varie università europee, ma per la gente restava sempre il professorino per via del suo corpo esile e della bassa statura nonché per l’impatto sociale che nel paese era minimo. Non era schivo ma, gira e rigira, per i più restava inconcludente. Criticava spesso, partecipava poco, curiosava alquanto, litigava sovente. Alcuni lo additavano come genio, altri, molti altri, facevano spallucce. Non si poteva nascondere, inoltre, che il prof era un tipo un pochetto strambo, almeno lo era stato in gioventù con quella fissa per le poesie. Ne scriveva di ogni tipo e tema, in rima, in dialetto, in prosa, in musica e, da giovane usava spesso intervenire poetando a squarciagola. Lo faceva in mezzo alla strada, al centro delle piazze, al bar, così, senza un motivo o una richiesta, a volte per corteggiare una ragazza, per salutare qualcuno che passava a miglior vita, per osannare un Santo e mai nessuno veniva colpito da incanto sentendo i suoi versi. Era comunque una cosa innocua, ritenuta bizzarra e nulla più, così come certe sue lunghe  fughe nella lontana casetta di campagna,  in compagnia del silenzio, degli animali e delle piante Poi il professorino si sposò con una brava donna, ebbe delle figlie e si dedicò forsennatamente alla ricerca scientifica e, un po’ meno, all’insegnamento e alla famiglia.

 A quasi settant’anni, il professorino si invaghì di una giovane, avvenente e tosta signorina,  che in amore era stata capricciosa,  che combatteva quotidianamente con un padre rozzo e vagamente maschilista, ma le battaglie le vinceva quasi tutte lei, come non si sa. Il prof, già in pensione,  viveva separato nella bella casa di paese: la moglie  era ormai un’acciuga trasparente, una figlia era andata a fare carriera medica oltreoceano, l’altra era rimasta intruppata con una setta religiosa. Così il professorino, folgorato dall’avvenenza  della quarantenne,  aveva ripreso foglio, penna e voce e ogni giorno si appostava sotto il suo balcone e urlava frasi d’amore e versi sconnessi. A volte  la seguiva al lavoro o al supermercato. Non andava oltre, ma questo bastò alla gente per divertirsi, ricamare e cucire,  sollazzarsi e bearsi così come accade al levarsi del Ponentino dopo una pesante giornata di calura.

 La signorina inizialmente si esaltò, ma un bel giorno ne ebbe abbastanza di quella ridicola situazione e presentò denuncia ai carabinieri. Chiacchiere e pettegolezzi si rafforzarono e il paese fu scosso  da un impetuoso vento di Levante. In realtà in pochi nel paesello furono sorpresi della denuncia per corteggiamento insensato. I compaesani si aspettavano da tempo che il prof ne combinasse qualcuna, le bizzarrie di gioventù non erano state dimenticate e a poco era valsa la pur rispettabile carriera di ricercatore  fatta di studi e di seri impegni.

 I prodi dell’Arma di un paesello, si sa, cercano di fare da paciere tra i contendenti per evitare scocciature reciproche, specie se il contendere sfiora l’illegalità senza entrarci dentro in pieno. Insomma, non essendo una denuncia per stalking vero e proprio, si poteva tentare la via del buonsenso, ma con quei due ci fu poco da fare: caduto il frizzantino del corteggiamento ed esaurita la vena poetica, se ne dissero di cotte e di crude.  Ben presto vennero chiamati i testimoni, amici di amici di amici a dire la propria. Ognuno diede una sua versione, opinò in maniera personale, discusse su fatti non conosciuti, riportò, inventò se necessario, ritrasse se utile. Nei circoli e nelle associazioni non mancarono le scommesse e le puntate, nei gruppi wapp fiorirono le barzellette, in quelli di preghiera le recite tipo Via Crucis con esilaranti stazioni a tema.

 Un Ostro, poi,  si adagiò nel paesello: l’attesa della sentenza fu  in ogni dove. Quando questa arrivò il paese fu attraversato da un Libeccio che portò una veloce tempesta. Il professorino fu condannato a vivere per cinque anni nella casetta di campagna, senza poter più mettere piede nel paese. La signorina seppe approfittare della tempesta per fare le valigie e cercare una vita migliore lontana da quel padre ingombrante e dagli stolti corteggiatori.  La moglie del prof rifiorì, riprese peso e voglia di vivere, si iscrisse in palestra e a una scuola di ballo e spesso  la si sentiva  canticchiare per strada. Le dicerie cessarono e le bizzarrie del prof quasi mancarono ai compaesani che dovettero trovare altro su cui ricamare. Qualcuno ogni tanto portava delle news dalla campagna: il professore, stregato dalla bellezza bucolica e da uno Zefiro compiacente, aveva ripreso a scrivere poesie e le declamava alle mucche e alle pecore che, pareva, gradissero. In effetti mai il latte di quelle parti era stato così abbondante e buono.

Gli scrittori-blogger e le perle rare

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Tra i blog che seguo con maggiore interesse ci sono quelli degli scrittori. L’interesse nasce dall’essere io una discreta lettrice e dal fatto che mi piace scrivere nel mio blog piccole cose senza essere una scrittrice. Seguire, quindi, uno scrittore-blogger può significare incrementare il mio piacere di lettrice e la mia abilità di scrittura e può significare condividere, disquisire, interagire, confrontarsi con l’Autore. Bellissimo, questo, quando accade: può anche divenire occasione di crescita per entrambe le parti. Inutile dire che lo scrittore deve essere bravo, bravo per me che leggo, cioè deve possedere quello stile di scrittura che piace a me e affrontare temi interessanti, sempre per me.  La piacevolezza della lettura, si sa, sfocia sempre nella sfera personale. Poco mi importa se gli scrittori blogger sono famosi o meno, e non mi importa nemmeno se pubblicano libri in modo convenzionale o in self- publishing. Mi interessa l’emozione che la loro scrittura, vuoi che sia di un racconto lungo,  a puntate o di un breve brano, riesce a darmi. Mi piace leggere con attenzione e scoprire tra le righe del blog tasselli della personalità di chi scrive. Posso anche non commentare, restare in assoluto silenzio o interagire. Dipende. Comprare i loro libri, recensirli o leggerli in assoluto anonimato. Dipende.

Premesso che ( questo vale per tutti i tipi di blog)  fare il buon blogger non è cosa facile perché fondamentalmente è  una passione, perché occorre del talento e aprire un blog  per forza, senza che se ne abbia la propensione, magari perché te lo suggeriscono, non serve a nulla, perché un blog richiede lo studio di un certo linguaggio, richiede costanza e conoscenza delle regole del gioco del web e, premesso che essere bravi scrittori non significa automaticamente essere bravi blogger, con gli scrittori – blogger l’interazione è spesso molto difficile. Di solito sono persone che curano un blog per scopi ben precisi, per promuovere i loro libri (nulla di male, per carità) e questo tende a distaccarli dagli altri: amano i circoli chiusi, cioè interagire solo coi blog di colleghi, sono periodici, aggiornano i siti secondo il loro momento commerciale, non si interessano di cosa hanno da dire gli altri, spesso nemmeno rispondono ai commenti  dando un’impressione di altezzosità. Alcuni a volte lasciano qualche like per pura cortesia, altre volte creano il contatto con due, massimo tre passaggi nel tuo blog e poi spariscono. Magari restano delusi da ciò che pubblichi tu, può ampiamente essere, forse non hanno tempo, presi come sono a scrivere e scrivere, ma sul discorso tempo prendo ampie riserve perché questo è un problema comune a ogni categoria di blogger.

Non tutti gli scrittori blogger sono così, ovviamente. C’è chi è aperto e disponibile al confronto e alla condivisione, chi coi suoi lettori sa essere generoso, mettendo a disposizione di tutti, gratuitamente, molti racconti e/o interi  libri. C’è anche chi si interessa alle umili cose che scrivono gli altri, chi sa essere presente nel tuo spazio, chi instaura con te un seppur minimo contatto privato senza alcun fine se non quello di dichiarata simpatia e stima. Non sono molti questi ultimi, direi perle rare. E se hai la fortuna di incontrarne qualcuno  in questo mondo di blogger, puoi solo esserne contento. Così come ti addolora se questo qualcuno improvvisamente lo perdi per gli accidenti della vita.

Troppo forte il termine dolore per la blogsfera? No, direi di no: , qui ci siamo persone in carne e ossa, mente e cuore, seppur dietro uno schermo di plastica, e perdere una perla rara, per disponibilità, generosità, attenzione verso gli altri e grande capacità di scrittura, dà un sincero e profondo dispiacere.

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Vladimir Kush – Diary of Discoveries

Passeggiando per l’Herastrau Park

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Mi sono recata da recente per lavoro in varie zone della Romania e col mio gruppo mi sono concessa un weekend a Bucarest. E’ una gradevole città che sta cercando di crescere, seppur lentamente, di scrollarsi di dosso la fame e di assaporare la libertà. Bucarest, che scopiazza in molti punti, e malamente, Parigi, non ha il fascino di altre capitali dell’Est Europa quali Praga e Budapest, ma sa sorprenderti per varie cose. Innanzitutto per gli spazi enormi: strade, piazze, monumenti, musei, palazzi, parchi, tutto sembra spropositato, dilatato, allargato e forse è per questo che alla fine apprezzi di più il vecchio e accogliente centro storico fatto di strade, vicoli, locali, di dimensioni ridotte. La città è famosa per i parchi, anche essi enormi e uno di questi, l’Herastrau Park, sono riuscita a visitarlo.

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E’ un parco immenso che si sviluppa attorno al fiume di Bucarest e al suo bel lago.  Sin dall’ingresso lo sguardo si perde immediatamente nelle lunghe distanze, negli spazi aperti, delimitati da sentieri ben tenuti che ben presto si immergono nella variegata vegetazione. Nel parco si trova un interessantissimo museo etnografico a cielo aperto sulla storia contadina della Romania e ci sono zone diversificate per tutto: bici, relax, giochi per grandi e piccini, sgambettamento cani, giardini giapponesi per il Tai Chi, viali per il passeggio, zone per lo sport e la vela e trovi anche un teatro, molti localini per bere e mangiare, negozi per lo shopping e tante grandi piazze con panchine e sculture varie e a tema. Tra queste ultime mi ha colpita  la EU Square, la piazza dedicata ai Padri fondatori dell’Europa Unita.

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Di forma circolare, è delimitata da 12 grandi statue di bronzo che raffigurano i fautori dell’unità Europea. Gli italiani sono due: Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi. Naturalmente li ho fotografati.

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Segue la zona circolare con le stelle e poi c’è un grande cerchio pavimentato con mattoni ad altezze irregolari e in alto svetta la bandiera Europea. La sfida per grandi e piccini è riuscire a camminare sopra la pavimentazione di mattoni senza cadere.

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Ci provano in molti e assicuro che è assolutamente non facile. Gli architetti che hanno ideato questa piazza e, ancor prima, i Padri costituenti, sapevano già che riuscire a camminare tranquilli e veloci per l’Europa Unita non sarebbe stata cosa semplice. E lo stiamo scoprendo tutti.

Lo smalto

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Non ha ancora trenta anni, è una bella donna, quasi una femme fatale per come si veste e si trucca. La tradisce il profumo spruzzato in abbondanza: di pessima qualità, è violento, aggressivo, disturbante. La signora ha gli occhi piccoli e guardinghi e scuote nervosamente la folta e lunga chioma nera. E’ sulla difensiva. Parla poco di sé e del figlio, dice solo che è separata, che vive a casa dei genitori e che il bimbo ha frequentato l’asilo poco e male  per colpa delle maestre. Preferisco non indagare e, poiché il piccolo piange e sta aggrappato a lei, la invito a restare in classe finchè non si tranquillizzerà.

Questo si ripete nei successivi due giorni di scuola. La signora resta in classe per circa un’ora, in silenzio, osserva tutto con sguardo nervoso e tiene il cellulare sempre ben in vista. Il bambino, intanto,  si incuriosisce un po’, inizia a interagire con noi maestre e si interessa a qualche compagnetto. Il problema si sta risolvendo e il quarto giorno la signora resta in aula solo dieci minuti  perché il bimbo è più sereno. Noto che è sempre vestita sgargiante e che ha cambiato lo smalto alle unghie, prima nero, poi verde e ora multicolore e con saette gialle su ogni dito. Prima di andar via la signora lascia un paio di quaderni e mi accorgo che non c’è il nome dell’alunno. Sono alle prese con un piccolo litigio da sedare tra due bimbette e prego la signora di scrivere il nome del figlio sulle copertine per non confondere i quaderni. Quando torno alla cattedra la signora è immobile con la mia penna in mano. Mi guarda dritta negli occhi e mi dice che non può scrivere il nome e cognome del figlio perché è analfabeta.

Resto di sasso e lei continua a guardarmi con un senso di sfida misto a naturalezza. Naturale? Normale che dopo quasi 100 anni di istruzione elementare obbligatoria, ci siano ancora persone, giovani e meno giovani,  analfabete?!? Analfabete tali da non saper scrivere a stampatello il nome e cognome del proprio figlio??? Non posso crederci!

So che devo stare zitta, che devo farmi i fatti miei, forse compatire e pensare “poveretta”, che devo stare calma e far finta di non aver sentito o capito. So tutte queste cose; situazioni del genere me ne saranno capitate al massimo quattro in tutta la mia carriera scolastica e sono stati sempre casi di genitori avanti negli anni, umili, semplici, ma questa mamma, questo suo sguardo baldanzoso, questa mise esterna tutta fatta di modernità e sfacciataggine, questa età così giovane, questa bellezza, …tutto l’insieme finisce con l’imbufalirmi.

Le chiedo di seguirmi nella stanza docenti e la guardo con sicurezza:“ Che sta aspettando ad andare a una scuola per adulti? Le pare normale essere un’analfabeta? Come farà ad aiutare suo figlio negli studi? Come farà a leggere un documento importante o anche un bel libro??? Come farà a guidare un’auto??? Che se ne fa di quel telefonino in mano se non sa scrivere o leggere un semplice messaggio?!?”

Sono un fiume in piena!

Sorpresa da questa mia reazione a muso duro, la giovane mamma non sa che dire. Forse è abituata al compatimento o al lassismo. Prendo un pezzo di carta e scrivo il numero di telefono della scuola secondaria dove insegna mia sorella:” Chiami in questa scuola, stanno per iniziare i corsi serali per adulti e sono gratuiti. Telefoni e si iscriva. Se avrà problemi sarò a sua disposizione. Telefoni subito, oggi stesso, ha capito?!?”

Mi guarda, non sa se affrontarmi come nemica o decidere di fidarsi, di prendere consapevolezza che è ora di agire, di svegliarsi, di darsi una mossa, di migliorarsi. Per sé e anche per suo figlio. Abbassa lo sguardo sul foglietto, lo prende e va via senza dire nulla.

Non la vedo per parecchi giorni, l’alunno viene accompagnato dalla nonna. Due giorni fa la  signora si presenta in classe.  Ancora più bella con i capelli raccolti in una coda ordinata e con un delicato smalto rosa alle unghie con i pois bianchi solo sui mignoli, mi chiede di aiutarla a compilare il modulo per i corsi serali: “ Le affido mio figlio, maestra, e molto di me. E’ arrivato il tempo di cambiare, migliorare, crescere.” La guardo seria e poi le dico: “L’aiuterò se lei aiuterà me. Con lo smalto sono un disastro e mi piace molto questo suo rosa tenue con i pallini sui mignoli. Mi insegnerà a stenderlo?”

 

Tutta nuda

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“Morning light” di Serge Marshennikov 

Estate torrida, questa che in Sicilia pare non debba finire mai. E il gran caldo, si sa, può portare a prendersi delle libertà tra le mura della propria casa. Questo ha pensato e fatto una giovane signora della mia città: girava nuda per casa certa di non essere vista da nessuno. Il caseggiato di fronte è disabitato da anni e lei stava esercitando un semplice diritto, intimo e privato, nella tranquillità e solitudine della sua dimora. La signora, però, non si era accorta che da alcuni giorni nella casa dirimpettaia erano stati avviati dei lavori di ristrutturazione e che un gruppo di muratori l’aveva notata. Notata, filmata, fotografata e …condivisa. Appena compreso ciò , la giovane donna non ha esitato un attimo a denunciare il fatto alla polizia. Due uomini ora rischiano la galera  per interferenze illecite nella vita privata mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva. Il reato è punibile con una condanna compresa tra 6 mesi e 4 anni di reclusione ( articolo 615 bis del codice penale che punisce chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata che si svolgono all’interno di abitazioni private o di altri luoghi di privata dimora).

Il fatto non ci sorprende, purtroppo. Siamo nell’era 3.0, dello smanettamento forsennato, del non rispetto, del sollazzo stupido o, peggio, finalizzato a turpi azioni di tipo ricattatorio. Qualcuno si è sorpreso per la denuncia della vittima, altri si sono meravigliati per la severità dell’eventuale condanna, molti hanno dimostrato solidarietà alla signora e non è mancato chi ha incolpato la stessa che avrebbe comunque dovuto provvedere ad abbassare le tapparelle delle finestre invece di rischiare e di costringere dei lavoratori a interrompere le proprie mansioni. Stendiamo un velo pietoso su questi “illuminati” pensatori.

In parecchi, invece, abbiamo riflettuto sulla vacuità dei nostri giorni. Come si cambia! Un tempo riuscire a carpire fortuitamente la visione di un corpo nudo di donna, financo di una caviglia, avrebbe ispirato sentimenti e  intimi e inconfessabili turbamenti, splendidi versi poetici, mirabili brani letterari, tele strepitose. Oggi…si fa un  filmino di pessimo gusto e qualità da condividere, nell’ipotesi migliore, con gli amici della birreria. E si finisce, si spera, in carcere.

Siamo ormai terra terra.

Da persona, donna o uomo che io possa essere, rivendico, insieme alla mia concittadina, il diritto di girare nuda per casa mia, estate o inverno che sia, in assoluta intimità e di non avere violata la mia privacy per nessun motivo. Da donna potrei, forse, solo accettare di divenire inconsapevole Musa di splendidi versi poetici ma, ahimè,  sarei dovuta nascere in altra epoca.

“Tutta nuda”

Te, nuda dinanzi la lampada rosa,

e gli avori, gli argenti, le madreperle,

pieni di riflessi

della tua carne dolcemente luminosa.

Un brivido nello spogliatoio di seta,

un mormorio sulla finestra socchiusa,

un filo d’odore, venuto

dalla notte delle acacie aperte,

e una grande farfalla che ignora

che intorno a te

non si bruciano le ali,

ma l’anima.

Luciano Folgore

(da Città veloce. 1919)