Santa Maria del Mar: l’altra cattedrale di Barcellona

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Santa Maria del Mar – Barcellona-Spagna (foto web)

Sopravvissuta alla feroce ondata  di caldo spagnolo della scorsa settimana ( a Madrid alle 22.30 si registravano 41 gradi!), mi sono ritrovata  per l’ennesima volta a Barcellona e finalmente ho potuto visitare la Basilica di Santa Maria del Mar, resa celebre dallo scrittore Ildefonso Falcones nel suo libro “La cattedrale del mare”. Premetto che non ho ancora letto il libro, ne ho sentito parlare bene da più parti, anche da amici blogger e, ora più che mai, mi riprometto di leggerlo, nonostante le sue 600 e più pagine, perché la Basilica di S. Maria del Mar è semplicemente affascinante. E …sorprendente.

Affascina la lunga e travagliata storia della Basilica, la cui prima pietra fu posta  nel lontanissimo 1329, dove ora si trova l’altare maggiore,  e sulla quale venne scolpito solo lo scudo della parrocchia a dimostrare che il tempio sarebbe appartenuto soprattutto ai parrocchiani che fornirono la manodopera (in particolare i bastaixos o macips de ribera cioè gli scaricatori di porto che trasportarono a braccia  le pietre dalle cave della collina al luogo della costruzione) e persino  l’aiuto economico . Nell’ultima chiave di volta  si nota lo scudo della giunta del cantiere, in onore a tutti gli anonimi cittadini che ne permisero la costruzione e il completamento avvenne nel  1383. Nel frattempo, però, incendi e terremoti distrussero interi pezzi della cattedrale e, in seguito, guerre, bombardamenti e furie anticlericali distrussero ancora e ancora e poco di originale si salvò.  Nella odierna  ricostruzione della chiesa si unirono tutti i catalani del quartiere, che fortemente vollero la loro Cattedrale per rendere omaggio alla Vergine che ora è posta al centro dell’altare maggiore.

“L’altra cattedrale” di Barcellona, (la Cattedrale arcivescovile della città è quella della Santa Croce e di S. Eulalia che si iniziò a costruire nello stesso periodo ad opera della Chiesa e dei nobili), luogo di antico culto e sempre prediletto  dalla gente comune, è uno splendido edificio gotico, possente all’esterno, leggero, austero, avvolgente all’interno, segnato da una geometria perfetta, una luce discreta e un’acustica eccezionale. All’interno si comprende, pur non avendo letto il libro di Falcones,  il senso di un’epoca, di un pezzo di storia dell’umanità che vide nascere l’identità e la coscienza di un popolo, quello catalano, che ha sempre lottato per un ideale ed un bene comune  e si capisce lo spirito di questo popolo così fiero ed indipendente e la sua determinazione a continuare la sua storia aggrappandosi tenacemente alle sue tradizioni ed alla sua lingua.

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S. Ignazio di Loyola dello scultore  Lau Feliu

Scrivevo in un precedente post dedicato ai miei viaggi in terra Catalana che Barcellona è una città che sa sorprenderti sempre e anche la Basilica di S. Maria del Mare ha riservato le sue sorprese. Una di queste riguarda la moderna scultura di S. Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, rappresentato come un mendicante, seduto e con una grande mano tesa a chiedere l’elemosina, simbolo di grandezza d’animo per chi sa donare. Nell’altra mano il Santo tiene un libro a dimostrazione che lo studio ci avvicina al mondo e a Dio.

L’altra sorpresa di S. Maria del Mar è stata scoprire in una vetrata lo scudetto del FC Barcelona!  Un luogo insolito per il tripudio calcistico? Non proprio: i miracoli sono sempre graditi, anche in ambito calcistico e poi il Barça è la squadra del popolo catalano (e non) e, guarda caso-non a caso, ha donato una ingente somma di danaro per la ristrutturazione della Basilica del popolo.

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Navata, vetrate, scudetto.

Uscendo dalla Basilica mi sorprende una gigantesca pubblicità proprio di fronte la chiesa, ma non più di tanto perché sorprendersi a Barcellona è considerata cosa comune.

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“La dirai una preghiera per me?” “No, non la dirò.”

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Ci sono cose e situazioni che mi fanno venire l’orticaria e risvegliano in me quella parte di insofferenza e intolleranza che mi fa andare letteralmente in bestia.

Stavolta si è trattato di  una mia collega cinquantenne che l’altra mattina, mentre bevevamo un caffè accanto al distributore,  mi ha chiesto di pregare per lei. Mi sono subito allarmata, non sono richieste che si fanno così per farle e di solito dietro ci sono problemi seri e le ho chiesto se andava tutto bene. Lei mi informa  che sta per affrontare un importante concorso e che superarlo sarebbe un miracolo. Per questo mi chiede di pregare.

Non so se ridere o piangere. “Ma stai scherzando? Chiedere una grazia, un miracolo, è una cosa molto delicata e seria per chi ha fede, lo sai, vero? Chiedi preghiere per superare il concorso direttivo? Beh, sono sollevata, per un attimo ho temuto cose gravi. I miracoli, mia cara,  si chiedono per la salute o per situazioni molto importanti,  il resto conta poco.”  Mi risponde che per lei è una cosa seria, che lo sta facendo per la salute di suo marito che si sta stressando a dover fare due viaggi all’estero ogni anno per l’azienda dove lavora.  Stavolta la risata mi scappa davvero e le suggerisco di non proseguire con questo discorso. Le dico di  affrontare il concorso con impegno e attenzione, ma anche con il dovuto distacco visto che un lavoro dignitoso comunque ce l’ha e ce l’ha anche suo marito e sua madre gode di due pensioni. “Lascia stare le richieste di  preghiere per cose molto diverse, sperando non accadano mai.” Mi risponde candida: “ Tu non comprendi: più gente pregherà per me e più alte saranno le possibilità che io superi il concorso. Per questo ti chiedo di pregare per me.”

Conoscendola bene,  lascio correre e, per tagliare il discorso,  le dico che ci penserò su,  ma lei insiste:”  Io credo nella potenza della preghiera comunitaria. Potrò contare sulla tua preghiera?” Vuole una risposta immediata e così, dopo aver contato fino a cinque, l’accontento e le  rispondo di no, non pregherò per il suo concorso, ma se può aver bisogno di qualcosa, libri, riviste, ricerche,  sarò disponibile.  Poi aggiungo: Forse sai che nella mia classe c’è bisogno di milioni di preghiere per una bimba che è ricoverata al reparto onco…”

Non mi lascia finire, dice un velocissimo: “Sì, certo, contaci, ciao.” e va a raggiungere di fretta un’altra collega. Completo di bere il caffè da sola e mi accorgo che non ha quel sapore  cattivo che ricordavo.

Comunicare (?)

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Sappiamo comunicare?  Verbalmente e per iscritto? Sappiamo capire e farci capire, instaurando così una efficace e costruttiva conversazione? La comunicazione è una questione di feedback: come in un’eterna partita a ping pong, dice Annamaria Testa nel suo libro “Farsi capire”, ogni mossa è volta a provocare una reazione nell’avversario, che a sua volta ribatte provocando una reazione in noi. A seconda della reazione, noi decideremo come agire con l’altro.

L’argomento è serio e vastissimo e sappiamo tutti quanto danno può fare la non comunicazione: da incomprensioni e malintesi nascono disaccordi, dissapori, inimicizie, liti, guerre. Dal silenzio si origina l’indifferenza, l’aridità, la frattura.

E’ noto ai più, ma mai abbastanza, che la prima regola di una buona comunicazione è il saper ascoltare, concetto tanto ovvio quanto complicato da mettere in pratica nella giusta maniera. Argomento peraltro vastissimo che richiederebbe un post a sé.

 Durante una conversazione puoi trovare l’interlocutore muto e il chiacchierone sordo, che ti lascia parlare perché non è attento a ciò che dici, non si sforza di ascoltare e la comunicazione si spegne. Puoi trovare, non manca mai in realtà, colui/colei che non lascia spazio a nessuno, interrompe tutti per arrivare al suo monologo legiferativo, Si crede brillante, ritiene di essere il solo attore, di avere davanti a sé un uditorio attento, ma non sa di aver già perso l’opportunità di comunicare in modo efficace. Diceva Zenone “per questo abbiamo due orecchie e una sola bocca, perché sia possibile parlare di meno e ascoltare di più”. Ma…

Il modo di comunicare-conversare, le parole che usiamo, il tono di voce, lo spazio, l’attenzione che diamo all’altro, ecc… può essere un forte indicatore di chi veramente siamo. Fastidiosa e poco educata, ad esempio, è l’abitudine sempre più diffusa di interrompere e di stoppare l’interlocutore; in tv, nei talk show, si abbonda e non solo per questioni di tempo o di esigenze di ripresa. I meccanismi e i significati dell’essere interrotti e del parlarsi addosso sono complessi e minano quel “fare a turno” che è una delle chiavi della buona comunicazione umana e del vivere in armonia. Oggi si legge spesso un termine inglese che non ha il corrispettivo femminile, “MANTERRUPTION”, un uomo che interrompe una donna, che la zittisce per un complesso gioco di ruoli (vabbè, siamo alle solite!) Studi psicologici rivelano e confermano una regola non scritta: zittire gli altri non è solo una forma di ineducazione, ma è anche una questione di potere e di dominazione. Le interruzioni non sono, tuttavia, tutte uguali, ci sono quelle cooperative e positive, utili a estendere la conversazione, sostenerla, chiarire meglio, e ci sono quelle intrusive, da disaccordo, per rubare la scena, per cambiare discorso, per far capire chi detiene il potere.

Anche la moderna comunicazione scritta può avere i suoi significati. Social, chat, mail e blog (la chiamano “il nuovo modo di parlare”) si alimentano con l’interscambio dei commenti, forme comunicative che comunque ci presentano e anche in questi casi si può avere una non comunicazione dagli effetti simili a quella verbale e reale. Certo, la comunicazione internettiana è più complessa, mancano il tono di voce, lo sguardo, il ritmo, il gesto (ci aiutiamo coi faccini) e poi occorre avere varie capacità e alcune volontà. Bisogna saper scrivere, trattare argomenti interessanti e farsi comprendere, dall’altra parte bisogna volere e saper leggere gli altri, anche oltre le righe. Poi bisogna voler comunicare a doppio binario e osservare regole non sempre scritte.  In parte ne ho parlato qui. Non esiste l’interruzione, ma esiste il rifiuto del commento o il commento comandato, ad esempio “resta nel tema!”. Ci sono commenti e risposte formali e seriali che inibiscono l’ulteriore sviluppo della conversazione, ci sono monologhi e avvertimenti, domande che restano senza risposte e poi ci sono commenti esaurienti, completi, sentiti, profondi, costanti, che indicano il desiderio del conversare e dell’entrare in relazione significativa con l’altro.

Saper comunicare, verbalmente, per iscritto, in modo non verbale, paraverbale e digitale è essenziale per le relazioni umane. Prendere consapevolezza del proprio modo di comunicare e interagire con l’altro resta sempre la maniera più efficace per migliorarsi e migliorare.

Ripartire

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Valencia – Palazzo della seta

Non è mai facile ripartire dopo uno stop della vita. Di stop la vita ne può riservare tanti e di vario genere. Questa volta per me è stato un lutto e la rielaborazione della perdita di una persona molto cara è sempre personale e necessita di tempi anche lunghi. Al di là del sostegno e della vicinanza dei familiari e degli amici più vicini, oltre l’aiuto meraviglioso dei miei alunni, una forte mano d’aiuto me l’ha data la mia dottoressa, sì, il famoso medico di famiglia che spesso riteniamo figura superficiale visto che per ogni minimo malanno ricorriamo ormai a specialisti e luminari della medicina. Lei, che conosce bene la vita e l’impietoso dolore, mi ha ascoltata mentre le descrivevo tutti i  malanni che mi sono piombati addosso all’improvviso e, dopo svariati accertamenti e cure mediche,  mi ha detto: “ Hai spostato l’attenzione dal corpo di tua madre al tuo. Vabbè, hai qualche problema, ma potrai conviverci bene. Quindi se vuoi guarire velocemente, parti per quel viaggio che mi dicevi.” Ed io: “Parto? Ma se fatico a camminare! No, impossibile, anche se mi dispiace da morire.” E lei: “Parti! Dimenticherai  il dolore alla gamba e alla schiena e nel caso prenderai gli antidolorifici. Se adesso ti accartocci sul tuo problema di salute, rischi di entrare in depressione. Vai a preparare la valigia.” E poiché  si rifiutò categoricamente di fare un certificato medico per recuperare parte dei soldi che avevo già pagato da mesi per il viaggio, e poiché volevo stare meglio e partire, tra le benedizioni di mio marito e le perplessità di mia sorella,  nel giro di tre giorni mi trovai sull’aereo.

Zoppicante e un po’ preoccupata, ho passeggiato per le strade della sempre sorprendente Barcellona e dell’elegante Valencia, ho ritrovato le colleghe amiche, ho lavorato, divertendomi , con i bambini spagnoli,  ho divorato di gusto la cucina catalana che mi piace tanto, ho riso e  fatto “AHI”.

Sì, sto ripartendo. Zoppico ancora, ma passerà. Ginnastica e fisioterapia mi aiuteranno e mi renderanno scattante, veloce  e pronta per  l’estate, per il mare e, chissà,  per qualche altro viaggio. Sono certa che lei, la mia dolce stella, sorride da lassù perché lei mi ha sempre voluta  così.

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Barcellona – Particolare della Sagrada Familia

Stelle

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E’ una sera dolce e tiepida e in cielo ci sono le stelle. Sono nella tua terrazza, così, senza un vero motivo, senza nulla fare o cercare. Non più. O forse sì, c’è sempre qualcosa da fare, da cercare, da pensare o ricordare.

La serata è simile a quella dello scorso autunno, quando ti convinsi a fare un giro in terrazza. Parlavo di un po’ di tutto per stimolare la nostra conversazione, ti chiesi del “Conte di Montecristo”, il libro che stavi tentando di rileggere  sul mio tablet con scrittura gigantesca. Non interagivi molto, eri affaticata. Non mancò il nostro rito serale delle carezze, tre io a te, tre tu a me, sui capelli, come piaceva a noi due. Prima di rientrare mi chiedesti se in cielo ci fossero le stelle. Risposi di sì, ma aggiunsi che si vedevano poco, erano offuscate, anche se non era vero. E mi dicesti: “Vorrei tanto rivederle, non ci riesco più”. Ed io: ” E tu guarda me; da bambina mi ripetevi che ero la tua stella. Lo sono ancora, vero?” “Sempre”, rispondesti e accennasti a un sorriso. Ricordo che girai la testa perché non volevo che vedessi i miei occhi. Le stelle  piangono solo per San Lorenzo.

Ora che tu sei diventata una stella, sono io a cercarti nel cielo della sera quieta e forse da qualche luminoso punto stai continuando a sorridermi.

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Il Poeta dedicò questi splendidi versi alla moglie, dopo la sua scomparsa. Io li dedico alla mia mamma.

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(Ultima parte di tre)

LEI

Ho mal di testa. Pier Ferdinando non tornerà al suo amato lavoro, i quadri organizzativi dell’azienda ora non lo consentono. A pranzo mi dovrà ascoltare! Che si inventi la qualsiasi per darsi una mossa, consulenze private, palestra, ippica,… qualcosa che gli dia un pochino di entusiasmo. Gli ho detto del bricolage, del cortile da sistemare, della biblioteca,…mi ha guardata come fossi un ‘ebete! Mi ha parlato di campeggi. I campeggi…alla nostra età!

LUI

Ho mal di testa. Lionella fa discorsi strampalati, vuole che mi metta a zappare il cortile, che mi inventi un hobby, che …che…che… Non le piace nulla di ciò che le propongo: lunedì c’è la carioca con le amiche, martedì c’è da stirare, poi ci sarà da curiosare all’outlet… No, più tardi mi sentirà, ci sono io, anche io e da adesso le giornate le programmeremo insieme, che le piaccia o meno. Tanto per iniziare  desidero eliminare qualche mobile e crearmi una stanzetta per fare sport in casa, io non amo le palestre con tutta quella gente che suda e alza la polvere. Comprerò qualche attrezzo sul web. E poi voglio un cane e un gatto! Farà storie, grosse storie, ma dovrà rassegnarsi!

……    ……

Lei: Che programmi hai per pomeriggio? Io andrò dalla mamma di Marta, sta male e noi amiche facciamo i turni per farle compagnia e sollevare un pochino Marta dall’assistenza.

Lui: Pomeriggio farò una visita al canile comunale. Voglio prendere un cane, lo desidero da tempo.

Lei: CosAAA?! Toglilo dalla testa, un cane a casa mia non entrerà mai! Hai scordato che sono allergica ai peli dei quadrupedi?!

Lui: Casa tua??? Casa nostra, vorrai dire! Anche mia! Ci saranno degli antistaminici per la tua allergia e poi pensavo di costruire una cuccia vicino al garage, in cortile, fuori, così la mia madame non si turberà!

Lei: Mai e poi mai! Che ne sai te della tua madame? Quanto l’hai vissuta negli ultimi decenni? Lavoro, ufficio, colleghi, mai casa e famiglia, mai! Sempre e solo al minimo sindacale!

Lui:  Cosa vi è mancato? Non venirmi a dire che ti sono mancato io, eh! Sei ben organizzata con le amiche, la palestra, il computer, la casa, le figlie. Mai una richiesta o uno spazio per me, con me. Mai un interesse da parte tua sul mio lavoro, il mio ambiente, mai!

Lei: Il tuo ambiente! Questo è il tuo ambiente! Qui c’è la tua famiglia. Sai cosa è una famiglia? O sai solo di lavoro, colleghi e segretaria?! A stento conosci i tuoi nipoti. Tua moglie, poi… Hai avuto da me dedizione, fedeltà, rispetto e hai dato a me, a noi, solo serenità economica. Ho dovuto riempire la tua assenza, anche nelle forme più sciocche!

Lui: Non  nego di essere stato un po’ distante. Ti sei chiesta il perché? A casa non esistevo, sono stato un ospite, non avevo un ruolo, non potevo intervenire nei discorsi con le ragazze, tu sempre presa dalle tue giornate. Voi tre, voi tre e io. E, non lo crederai, ma anche io ti ho sempre rispettata. Riconosco il tuo impegno, la tua solitudine, ma pure tu devi ammettere di avere sbagliato su tante cose. Avrei preferito meno camicie stirate alla perfezione, più disordine in casa e la Lionella di venti anni fa!

Lei: Lo sai quanto ho pianto quando decidesti di prolungare il lavoro? O quando mi dicesti che avresti pranzato ogni giorno coi colleghi? O tutte quelle volte che andavo a fare la mammografia e poi non mi chiedevi l’esito? Mi hai dato un guscio di casa e due figlie e mi hai detto che il mio posto era qui e ho fatto del mio meglio perché tutto andasse bene, anche per te: quante volte ho disturbato la tua carriera con delle richieste? Credevi non avessi desideri?!? Credi sia stato facile crescere da sola due figlie?!

Lui: Avrei voluto essere disturbato! Sapere che nei tuoi pensieri c’ero anche io! Ma tu dovevi dimostrare al mondo di farcela anche senza di me! Ora siamo noi due, h 24, e sei, e siamo… smarriti.

Lei: H 24, già. Sono stata dal tuo capo per chiedergli di riprenderti. Inutilmente.  Non sei felice da solo con me e non sopporto di vederti così abbattuto, senza un programma, una meta, un interesse…

Lui: Ho chiamato Paola, per un attimo ho pensato che andare a vivere con loro avrebbe dato un senso maggiore  al nostro continuare insieme. Anche tu non sei felice h.24 con me, mi sento  di peso. Dove abbiamo sbagliato tutti e due non lo so. O forse sì.

Lei: Non possiamo cancellare gli errori, forse possiamo decidere come proseguire. Siamo ormai anziani, abbiamo bisogno di …Rispondi tu al telefono?

Lui: No, vai tu, sicuramente cercano te.

…….    …….

Lui: Che succede? Chi era? Sei pallida.

Lei: Karola. Suo marito ha perso il lavoro tre mesi fa, non riescono più a farcela al Nord, mi ha chiesto se possono venire a vivere da noi, lui riprenderà il lavoro nella serra del padre, Marcolino si trasferirà nella scuola qui vicino e, se tutto andrà bene, poi affitteranno una casa.

Lui: Non ho mai sopportato il marito di Karola, lo sai.

Lei: Non lo conosci.

Lui: E quando pensano di trasferirsi?

Lei: Il prossimo mese, forse prima.

Lui: Tu che dici?

Lei: Non possiamo chiudere la porta in faccia a nostra figlia. Dico sì. E tu?

Lui: Quello che dici tu. Marcolino prenderà la stanza delle ragazze e Karola e il marito si adatteranno in mansarda? Ci andrà di mezzo il tuo bricolage…

Lei: Figurati…non ho più la forza per lavorare il legno. Sì, si può fare.

Lui: Dobbiamo rifare il bagno e comprare alcuni mobili nuovi. Andiamo all’Ikea nel pomeriggio?

Lei: No, io andrò dalla mamma di Marta, tu inizia a prendere misure, cerca un idraulico, fai preventivi e organizza per la prossima settimana. Sarà un compito tuo, io sono stanca, ti seguirò volentieri, ma a distanza.

Lui: Ti fidi?

Lei: Sempre. Ah, dimenticavo: porteranno anche Mia.

Lui: Chi è Mia?

Lei: La loro bassottina. Pensa, quindi, alla cuccetta nel cortile. Io chiamerò il medico per l’allergia. Vuoi un caffè?

Lui: Sì, bello forte. Grazie.

 

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(seconda parte di tre)

Lui

L’altra mattina ho fatto qualcosa di incredibile: ho telefonato a mia figlia maggiore e con mille giri di parole le ho praticamente chiesto che ne pensasse dell’eventualità di trasferirci io e la mamma nella sua casa del Nord. Che ci stiamo a fare da soli qui?  Ora che sono un pensionato  potrei spostarmi, qualche liretta c’è per affrontare il trasloco e potrei essere utile ai nipotini, conoscerli meglio, intanto. Non so, magari si potrebbe costruire una nuova idea di famiglia, famiglia che ho percepito poco a causa -o grazie- al lavoro. Lei, mia figlia, con un altrettanto enorme giro di parole, mi ha detto che sono ben organizzati con asili nido e baby sitter, che sarebbe bello ma ci vorrebbe una casa in affitto, da loro non c’è spazio, che tra poco probabilmente si sposteranno in un’altra città, che… che…che. Afflitto, ho chiuso il telefono. Con la minore non ci penso nemmeno, mio genero mi provoca l’orticaria.

Che fare? Proprio non lo so. So solo che così non va. La mia vita ha preso una svolta aspettata: temevo il pensionamento, e a ragione. Mi sento spento e senza obiettivi. Ho una casa, una salute che regge, una discreta pensione e una moglie ancora piacente e piena di energie, nonostante i suoi sessantacinque anni e qualche acciacco. Lionella è una brava persona e una buona moglie e madre, non posso farle grossi rimproveri. Anche io sono una brava persona e penso di essere stato un buon marito e un buon padre. Un po’ distante per il mio lavoro, ma comunque presente,  non ho  fatto mancare nulla a nessuno. C’ero quando sono nate le bimbe, c’ero a tutte le feste comandate, ai matrimoni,  c’ero tutte le volte che era richiesta la mia presenza. Certo, non è stato semplice vivere con tre donne, mi sentivo escluso dai loro interessi, per me spesso futili,  e forse  per questo mi rifugiai sempre più nel lavoro, ma anche e soprattutto perché il lavoro mi piaceva. Bello l’ambiente, importanti le responsabilità e le gratificazioni, gradevolissimo il rispetto per ciò che facevo. In quegli uffici mi sentivo vivo, ebbro di me stesso, forte, utile. A casa…ero un gradito ospite serale. La cosa non mi pesava, Lionella mi toglieva i pensieri della quotidianità e mi permetteva di dedicarmi anima e corpo al lavoro e di far carriera, quella carriera che lei non tentò nemmeno per portare avanti la famiglia, la nostra famiglia.  Quasi non mi accorsi che le bambine erano diventate donne, che mia moglie stava invecchiando. Non mi accorsi che gli amici di gioventù erano spariti perché  mi ero chiuso nel mio gratificante guscio lavorativo. Perché Lionella non mi ha mai chiesto di  andare al mare? Di fare un viaggio? Io gliel’ho mai chiesto? Boh… la domenica mattina la dedicavo al calcio, il pomeriggio c’erano i ragazzini della cooperativa da allenare, in serata qualche film e il lunedì di nuovo al lavoro. In ufficio ritrovavo Pier Francesca, la mia segretaria di sempre. No, no, mai nulla con lei, ma era così piacevole affrontare la giornata insieme, comprenderci con uno sguardo, essere complici, discorrere e…vabbè, sì, un pochino corteggiarci, ma solo un po’, niente di niente, sapevamo che dovevamo rispettare i nostri ruoli di coniugati. Mi manca! Con lei si parlava di tutto, mi comprendeva a colpo, mi ascoltava, si fidava e metteva a nudo le sue fragilità. Basta, inutile ricordare, si fa tardi, devo tornare a casa, forse Lionella ha bisogno di me. Ma anche no, lei sa fare tutto, è abituata, ha imparato in fretta. Ha dovuto e l’ho costretta io.  Per assurdo che sembri sarei dovuto andare in pensione almeno dieci anni fa, quando  tra noi due c’era più intesa e passione, le figlie erano ancora a casa e sarebbe stato più semplice  fare il marito e il padre. E adesso? Ora sto con Lionella H 24 e mi sento un fantasma. Giro per casa, cerco un po’ di spazio, ma di mio ci sono solo un armadio, due cassetti, mezzo letto e la mensola del bagno. Persino la mansarda è diventata sua con gli attrezzi per il bricolage di legno! Non posso fargliene una colpa: io ero altrove.  Adesso mi rattrista vedere Lionella tesa, guardinga, come se vivesse con uno sconosciuto. Le voglio bene, guai se si ammalasse, ma H 24 con lei e con le sue abitudini è… è…senza meta!  A volte prendo l’auto e giro a zonzo per ore, per togliermi di torno, ma anche per respirare di ricordi e nostalgie. Ah, se solo potessi tornare al lavoro per un paio d’ore al giorno! Sarei un uomo felice e lo sarebbe anche mia moglie. Vederla più serena mi farebbe  stare meglio.

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A QUESTO PUNTO  ANDARE AVANTI DIVENTA UN PO’ COMPLICATO. I GIOCHI SEMBRANO COMPIUTI.

CHE AVESSE RAGIONE LA FORNERO COL SUO “LAVORARE, LAVORARE, LAVORARE, FINCHE’  MORTE NON VI SEPARI DALLO STESSO”?!?

GIAMMAI !!!

UN FINALE  LO TROVO E SARA’ …COME PIACE A ME. LO AFFIDO ALLA VITA E A CERTE INASPETTATE CIRCOSTANZE CAPACI, A VOLTE, DI SCHIARIRE LE NOTTI PIU’ NUVOLOSE.

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(Prima parte di due, forse di tre)

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L’altra mattina ho fatto qualcosa di incredibile: sono andata dall’ex dirigente di mio marito, che è anche un buon amico, e l’ho pregato di riprenderselo! Con voce per nulla scherzosa, gli ho chiesto di togliermelo da casa e di trovargli qualcosa da fare negli uffici, qualsiasi cosa, anche gratis. Lui mi ha risposto che prevedeva questo perché Pier  Ferdinando ha amato sempre il suo lavoro e da pensionato, quale ora è, nei primi tempi ne avrebbe sofferto sicuramente. “Sono trascorsi nove mesi dalla pensione e non si è ancora adattato?” Ho risposto di no, non si è adattato lui e non mi sono adattata io. Ha sorriso benevolo e mi ha promesso che ci penserà.  “Presto!”, gli ho detto mentre lo salutavo, “Fai presto o scoppieremo entrambi”.

Ma cosa ho combinato? Per la maggior parte delle coppie il pensionamento è una gioia: si potrà stare  più insieme, si potranno fare cose nuove o  da sempre rinviate, viaggiare ad esempio, dedicarsi agli hobby, ecc…ecc…Viaggiare…con la maledetta paura degli aerei che abbiamo…. E poi ci vorrebbero tanti soldini. Hobby? Il suo hobby preferito è il lavoro, sì, c’è il calcio, ma alla sua età e con gli acciacchi che ha, se lo può scordare.

Per la maggior parte la pensione è una gioia, per altra maggior parte è una jella che rompe delicati equilibri faticosamente conquistati..

Pier Ferdinando è un bravo marito e  gli voglio un bene dell’anima: guai se gli succedesse qualcosa di brutto! Però, non lo voglio in mezzo ai piedi H 24!!! Da quando è in pensione, dispersi gli amici visto che da quell’ufficio usciva solo la domenica, gironzola per casa come un fantasma, si impiccia in tutto, vuole fare e alla fine non combina nulla. Un po’ mi aiuta, con la spazzatura, ad esempio, o se devo spostare un mobile o pagare una bolletta alla posta, ma non ho bisogno del suo aiuto, da quarantacinque anni me la sbrigo da sola. Sta diventando sciatto:  in tuta, persino in pigiama tutto il giorno,  ciondola davanti alla tv. Se devo uscire per delle commissioni, mi si appiccica dietro, se vado a trovare un’amica( io alcune amicizie ho saputo mantenerle, a differenza sua),  inizia a frignare che non vuole stare solo per troppo tempo per poi diventare muto quando siamo insieme. Solo quando sparisce per alcune ore con la macchina, dove va non lo so e non mi interessa, riprendo a respirare libera per casa. Io sono una buona  moglie, madre e nonna, sono attenta e fedele, premurosa con tutti, ma lui da qua.ran.ta.cin.que anni mi ha abituata a stare da sola, lui e il suo amato lavoro! Partiva alle 7.30 del mattino e ci si rivedeva alle 7.30 di sera. Alle  22.30 eravamo tutti a letto. Persino il pranzo preferiva fare alla mensa coi colleghi anche se il suo ufficio era a 10 minuti da casa! All’inizio ci rimasi molto male, poi mi rassegnai  a pranzare da sola, le bambine stavano a scuola sino al pomeriggio, e i miei pranzi erano volanti, quando c’erano, di solito un panino davanti alla tv. Da sola. Avevo tempo e la casa tutta per me: con calma  organizzavo la mia giornata, distribuivo bene le ore per pensare alle pulizie, a tutto ciò che richiede la vita, pagamenti, certificati, pratiche varie e pensavo  alle figlie e a me stessa. Anche a mio marito. Stiravo le sue camicie alla perfezione, tanto per dirne una; Pier Ferdinando è sempre stato un figurino, ancora adesso le amiche me lo invidiano  per l’eleganza, la signorilità, la simpatia. Mi è mancato durante l’adolescenza delle ragazze, non è stato facile per me e per loro e poi eravamo ancora giovani, in salute, la passione reggeva, ma il tempo del pensionamento si prolungò per leggi e leggine varie. Quando, poi,  le ragazze si sposarono  al Settentrione, lui  chiese e ottenne altri anni di proroga dal pensionamento. Altra delusione per me e così  ho scoperto Skype, Instagram e altro. No, non ho mai fatto nulla di disdicevole, chat  e videochiamate con le figlie e con i nipotini che altrimenti vedrei due volte l’anno,  pubblicazione di alcuni lavoretti di bricolage di legno che sono la mia passione, chiacchiericcio di tutto e di niente con questo e quello. Ora, con il marito alle costole, tutto  diventa pesante: ” Che fai? Questa chi è? Non cucini?”. Uffa e riuffa! Devo inventarmi qualcosa, se non tornerà in ufficio, anche se ha già compiuto settanta anni, scoppieremo! Inoltre, io voglio continuare a vederlo felice e, evidentemente, da solo con me non lo è.

Spot Volkswagen “I sogni dei bambini”: pericoloso e diseducativo.

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In questi giorni sta girando uno spot pubblicitario della casa automobilistica tedesca Volkswagen che è, a mio avviso,  oltremodo diseducativo, fuorviante e pericoloso. Lo scorso pomeriggio lo avevo visto solo nella parte finale e sono rimasta interdetta, oggi l’ho visto tutto e compreso ancor meglio. Veramente pessimo in ogni versante.

Intanto mette in ballo i bambini e l’attenzione in questi casi deve essere massima. Ci sono dei bambini che sognano le auto di lusso (e la velocità folle). Solo io da bambina sognavo di avere una semplice e bella bicicletta? I sogni sono sogni, ok, ma non puoi sognare per una vita ciò che difficilmente potrai avere, altrimenti il sogno potrà divenire ossessione e incubo. Incitare i piccoli a sognare il lusso  che non potranno mai avere…mah! Quasi tutto il mondo pubblicitario è incentrato sul lusso per pochi, lo sappiamo, il messaggio Volkswagen semplicemente lo rimarca per poi sottendere che ciò che abitualmente non si sogna, cioè le auto tedesche, è ciò che non ti ammazza. Trovo questo  parecchio discutibile.

Il peggio di questa nuova pubblicità, però, deve ancora arrivare. Infatti nello spot accade che un bambino si imbambola vedendo passare un’auto di lusso e, inebetito e stregato, attraversa la strada senza la minima attenzione. Sopraggiunge un’auto Volkswaghen con sistema frenante di sicurezza che riesce a bloccarsi e a non uccidere il bambino sognatore. L’automobilista, belloccio, si incanta a sua volta nel vedere il bambino sognante e appare una scritta micidiale, “Continuiamo a lasciarli sognare”. Cioè continuiamo a far sì che i bambini attraversino la strada come degli ebeti, degli automi, tanto ci sono le nuove auto tedesche che montano il sistema frenante automatico! Peccato che non tutti gli automobilisti guidino auto con questo nuovo sistema frenante automatico, vecchie Volkswagen o altro che sia. Peccato che per strada passano anche moto, autobus, bici, carrozze e carretti! Ma tu, bambino, continua pure a inseguire i tuoi sogni attraversando la strada senza guardare che presto arriveranno le automobili che frenano da sole!

Mi chiedo che ci spendiamo a fare a scuola noi insegnanti nel fare educazione stradale e nel ripetere mille volte la massima prudenza quando si deve attraversare la strada. Mi chiedo a che servano le parole dei genitori ripetute all’infinito ai figli: attraversa sulle strisce pedonali, cerca il semaforo dei pedoni, guarda quattro volte a destra e a sinistra prima di attraversare”.

E, aggiungo, non lasciarti stregare da niente e da nessuno, solo dalla bellezza della vita.

Lasciamo sognare i bambini, sì, educandoli alla consapevolezza che certi sogni sono solo sciocchi sogni e che riuscire ad attraversare una strada  richiede sempre la dovuta attenzione perché alla fine è sempre e solo di te stesso che puoi veramente  fidarti.

Se vuoi vedere lo spot Volkswagen Natale 2017 clicca qui. Nel mio blog non apparirà per esteso.

Il racconto di Natale

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Arriva Natale e dovrei decidermi a scrivere qualcosa per questo blog. Sto cercando un’idea, qualcosa di adatto alla festività, di tenero, di dolce, di buono, di, oserei dire, miracoloso. Si usa fare così, giusto? Le tenere  fiabe di Natale, quelle che sanno far sognare… Dai, Marirò, concentrati, pensa  a una storia, qualsiasi cosa, purchè bella, dai, lo hai sempre fatto a dicembre per il tuo blog.  Eh sì, lo so, lo so, periodo particolare il tuo, però potresti metterci un attimo di impegno, suvvia! Non ti va di scrivere il racconto di Natale? Di inventare una storia con un lieto fine? Non è obbligatorio farlo, lo sappiamo, ma sappiamo  che alla fine ti piacerebbe riuscire, anche per rompere questo fermo che ti ha colpita. Un mese che non pubblichi, che non riesci a leggere i tuoi amici di blog. Su!

Ok, ok silenzio che ci penso…Natale, uhm, vediamo…Non so. Un lieto fine…

Potrei scrivere di te che sei tanto ammalato e che soffri da matti in un letto d’ospedale. Poi, non so come, non so da dove o da chi, arriva una medicina miracolosa  e tutto passa. Via i dolori, via la paura, via il pigiama:  ridi, canti, ti alzi da quell’inferno di letto, dai un calcio a quell’odiosa sedia a rotelle e corri per strada, fregandotene del freddo e della pioggia, felice, sano, in compagnia dei tuoi amici e del tuo amore. Sarebbe una storia meravigliosa, ma quel farmaco…

Oppure potrei scrivere di te che sei arrivato qui dopo aver affrontato un viaggio spaventoso, fuggendo dalla violenza, dalla fame e dalla miseria e hai trovato il calore di una nuova e migliore realtà pronta ad accoglierti per un’esistenza degna d’essere vissuta. Sì? Davvero?

E se invece scrivessi di te, tesoro mio? Sì, di te che hai speso oltre 30 anni della tua vita sui libri, studiando con entusiasmo e impegno e, dopo due lauree, finalmente farai  un degno e trionfale ingresso nel mondo del lavoro, quello per il quale hai studiato, non troppo lontano da casa, quella casa che già stai timidamente  arredando col tuo amore e che aspetta solo di essere vissuta dalla vostra unione. E ora che il lavoro ci sarà, si potrà  pensare a tutto questo. Oh, sì che sarebbe Natale!

Potrei raccontare di te che non sai dove sbattere la testa con la miseria di stipendio che prendi. Quando lo prendi, ovviamente. Per fortuna nella tua zona c’è una mensa sociale col salone riscaldato. Casa tua è troppo fredda e hai già beccato una brutta bronchite. Come potrei concludere il racconto? Dovrei ricorrere a un gratta e vinci o alla Lotteria Italia per far sì che il tuo Natale sarà ricco di lucine, tavola imbandita e calore di casa.

Mi piacerebbe  scrivere di te, donna annichilita dalla paura e tanto sola, mi piacerebbe scrivere che da quell’orecchio non senti bene per una otite virale e non per gli schiaffi che ricevi un giorno sì e uno no dal tuo carnefice e mi piacerebbe scrivere che da questo Natale  potrai riprendere a vivere perché quello schifo di uomo marcirà in galera per sempre. Per sempre…

La mia mente sta vagando a 360°, non riesco a sviluppare una traccia chiara, in ogni possibile storia mi sfugge qualcosa per un finale degno del Natale e  dovrei lavorare duro di fantasia per rendere il tutto credibile.

Buio.

Oh, buio vero, nel senso che è saltata la corrente elettrica. Resta solo la luce dello schermo del portatile. Devo alzarmi per accendere qualche candela, ce ne sono alcune sparse per casa, ovviamente natalizie. Ok, ne accendo una e continuo a pensare e scrivere finchè la batteria vorrà. La candela presa a tentoni ha la forma di un pupazzo di neve, è carina e arriva dalla Val D’Aosta. Me l’ha portata una mia collega che ama la montagna…

TU, sì, TU! Scriverò di te! Come ho fatto a non pensarci? Sì, scriverò il mio racconto natalizio su di te, carissima collega e amica. Te, che in molti  guardano storta perché ami vestire eccentrica e firmata. Te, che spesso viaggi per il mondo con le amiche, anche con me, lasciando marito e figli a casa. Te, che frequenti palestre e piscine per tenerti in forma. Te, che sorridi spesso e sparli poco. Te, che hai sorpreso chi non ti conosce bene per la scelta forte e coraggiosa che hai fatto. Sei, siete tornati a casa da una settimana, tu con un rene in meno, tuo marito col tuo rene. Non puoi ancora gettare dal balcone quell’odioso trolley della dialisi domestica, non ancora, ma presto sì, lo farai, sì che lo farai.Lo farete insieme e con i vostri figli. E sarà Natale.

Sì, sì, mi piace questa storia, è bella, è vera, è natalizia, è senza stagioni; sa di buono, sa di cuore, sa di te.

Buon Natale, L., auguri a te e a tutta la tua famiglia.

Buon Natale, Amici di blog, Liete festività a voi e ai vostri cari.