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Ci sono cose e situazioni che mi fanno venire l’orticaria e risvegliano in me quella parte di insofferenza e intolleranza che mi fa andare letteralmente in bestia.

Stavolta si è trattato di  una mia collega cinquantenne che l’altra mattina, mentre bevevamo un caffè accanto al distributore,  mi ha chiesto di pregare per lei. Mi sono subito allarmata, non sono richieste che si fanno così per farle e di solito dietro ci sono problemi seri e le ho chiesto se andava tutto bene. Lei mi informa  che sta per affrontare un importante concorso e che superarlo sarebbe un miracolo. Per questo mi chiede di pregare.

Non so se ridere o piangere. “Ma stai scherzando? Chiedere una grazia, un miracolo, è una cosa molto delicata e seria per chi ha fede, lo sai, vero? Chiedi preghiere per superare il concorso direttivo? Beh, sono sollevata, per un attimo ho temuto cose gravi. I miracoli, mia cara,  si chiedono per la salute o per situazioni molto importanti,  il resto conta poco.”  Mi risponde che per lei è una cosa seria, che lo sta facendo per la salute di suo marito che si sta stressando a dover fare due viaggi all’estero ogni anno per l’azienda dove lavora.  Stavolta la risata mi scappa davvero e le suggerisco di non proseguire con questo discorso. Le dico di  affrontare il concorso con impegno e attenzione, ma anche con il dovuto distacco visto che un lavoro dignitoso comunque ce l’ha e ce l’ha anche suo marito e sua madre gode di due pensioni. “Lascia stare le richieste di  preghiere per cose molto diverse, sperando non accadano mai.” Mi risponde candida: “ Tu non comprendi: più gente pregherà per me e più alte saranno le possibilità che io superi il concorso. Per questo ti chiedo di pregare per me.”

Conoscendola bene,  lascio correre e, per tagliare il discorso,  le dico che ci penserò su,  ma lei insiste:”  Io credo nella potenza della preghiera comunitaria. Potrò contare sulla tua preghiera?” Vuole una risposta immediata e così, dopo aver contato fino a cinque, l’accontento e le  rispondo di no, non pregherò per il suo concorso, ma se può aver bisogno di qualcosa, libri, riviste, ricerche,  sarò disponibile.  Poi aggiungo: Forse sai che nella mia classe c’è bisogno di milioni di preghiere per una bimba che è ricoverata al reparto onco…”

Non mi lascia finire, dice un velocissimo: “Sì, certo, contaci, ciao.” e va a raggiungere di fretta un’altra collega. Completo di bere il caffè da sola e mi accorgo che non ha quel sapore  cattivo che ricordavo.