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E’ una sera dolce e tiepida e in cielo ci sono le stelle. Sono nella tua terrazza, così, senza un vero motivo, senza nulla fare o cercare. Non più. O forse sì, c’è sempre qualcosa da fare, da cercare, da pensare o ricordare.

La serata è simile a quella dello scorso autunno, quando ti convinsi a fare un giro in terrazza. Parlavo di un po’ di tutto per stimolare la nostra conversazione, ti chiesi del “Conte di Montecristo”, il libro che stavi tentando di rileggere  sul mio tablet con scrittura gigantesca. Non interagivi molto, eri affaticata. Non mancò il nostro rito serale delle carezze, tre io a te, tre tu a me, sui capelli, come piaceva a noi due. Prima di rientrare mi chiedesti se in cielo ci fossero le stelle. Risposi di sì, ma aggiunsi che si vedevano poco, erano offuscate, anche se non era vero. E mi dicesti: “Vorrei tanto rivederle, non ci riesco più”. Ed io: ” E tu guarda me; da bambina mi ripetevi che ero la tua stella. Lo sono ancora, vero?” “Sempre”, rispondesti e accennasti a un sorriso. Ricordo che girai la testa perché non volevo che vedessi i miei occhi. Le stelle  piangono solo per San Lorenzo.

Ora che tu sei diventata una stella, sono io a cercarti nel cielo della sera quieta e forse da qualche luminoso punto stai continuando a sorridermi.

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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Il Poeta dedicò questi splendidi versi alla moglie, dopo la sua scomparsa. Io li dedico alla mia mamma.

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