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Sere fa, rileggendo l’Alcesti di Euripide, pensavo che sono fortunata a non insegnare in un Liceo altrimenti potrei rischiare il licenziamento in tronco.  Questo dramma o fiaba tragicomica che è l’Alcesti mi accompagna da tempo. Rivista anche da recente la versione teatrale nella splendida cornice del Teatro Greco di Siracusa,  ne conosco  trama e analisi sin dai tempi della scuola e proprio l’altra sera mi sono chiesta come, da studentessa, io avessi potuto tanto ammirare questa donna che i miei prof definirono “ la sintesi delle virtù femminili”. Solo con una contestualizzazione agli anni in cui fu scritto il testo, 438 a.C., e alla visione della donna al tempo dei Greci, si può azzardare che Alcesti sia l’apoteosi delle virtù femminili Ma di quali virtù stiamo parlando? Morire (per amore) al posto del marito codardo? Ma fatemi il piacere! Chiedo scusa per la brutalità ma non scherziamo con le cose serie: vita ce n’è una sola, almeno per noi miseri umani e nessuno verrà a prenderci dall’oltretomba così come fece Eracle con Alcesti. Eracle è indubbiamente il personaggio più simpatico della tragedia euripidea: amico di Admeto, il marito di Alcesti condannato a morte dall’ira di Zeus, ha il senso dell’amicizia, dell’ospitalità e del dovere e va a combattere con clava, calci e pugni contro il dio dell’Ade per riprendere la moglie del suo amico e restituirgliela. Mica facile averla vinta con la morte… Altro personaggio oggi a me  simpatico è il suocero di Alcesti che rifiuta di morire al posto del figlio sol perché più vecchio. Sì, perché il punto è proprio questo: Admeto deve ma non vuole morire, ha moglie e figli piccoli, è un re e fa una bella vita quindi  cerca  qualcuno che muoia al suo posto. Facile? Nemmeno per sogno! Va in un campo di battaglia ma non trova nessun moribondo disponibile a ripetere la frase solenne: “Io muoio per Admeto”. Chi potrebbe morire al suo posto? Chi è disposto al sacrificio supremo?  Sicuramente i genitori, che ormai son vecchietti! Così pensano i due giovani sposi e poiché  Ferete, e la madre Periclemene, attaccati alla vita, rifiutano il sacrificio, i due sposi  dicono di loro peste e corna. Alcesti è durissima verso i suoceri (altra “virtù” femminile?) e decide di immolarsi al posto del marito, ma lo fa ad un prezzo altissimo: Admeto non dovrà avere altre donne, non dovrà risposarsi, solo pensare ai figli da crescere e restare da solo col peso del rimorso. Questa dovrebbe essere l’apoteosi euripidea delle “virtù” femminili!

Sempre interessante  il dialogo tra padre e figlio durante i funerali di Alcesti, un dialogo con larghe punte di maschilismo, che oggi tira mugugni, e fischi, ma che dà chiara visione del fatto che ognuno resta responsabile del proprio destino e che questo deve essere accettato con dignità e senza codardia.

Rileggendo oggi, col senno dei tempi e degli anni, questo dramma satirico, riduco quasi a zero ciò che la letteratura greca e classica ci ha sempre voluto indicare: Alcesti, emblema della  donna ideale, madre e sposa affettuosa, simbolo delle virtù femminili e dell’amore coraggioso, donna che realizza il sogno archetipico di dare la vita per il proprio compagno, eroina di fronte alla morte,… e chi più ne ha più ne metta. Comincio invece  a pensare ad  Alcesti  come a una donna  sciocca, mezza squilibrata  e vendicativa, immolata, però, alla Virtù dalla società del tempo e da quelle a venire per deviare l’attenzione dalla debolezza e dalla vigliaccheria di certi maschietti.

(…e il licenziamento sarebbe assicurato…)

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Friedrich Heinrich Füger -Alcestis sacrifices herself for Admetus – 1804 – Academy of Fine Arts- Vienna