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Si avvertono i lettori abituali del blog che questo post è crudo e agghiacciante, contrariamente allo stile più consueto della scrivente.

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Edgar Degas, Le viol (Lo stupro), 1868-69

Aveva fatto tardi in ufficio quella sera. C’era stata una festa, non ricordava nemmeno per cosa, e gli impiegati avevano lasciato un gran caos. A lei era toccato ripulire tutto, veniva pagata per quello e teneva a quel lavoro anche se non le piaceva particolarmente. Ma non poteva farne a meno. Tutto era cambiato  dopo l’ incidente automobilistico che le aveva rubato l’amato marito e ora toccava a lei guadagnare qualcosa per assicurare una vita dignitosa alla sua bambina. Inutile pensarci, inutile piangere, nulla sarebbe stato più lo stesso, niente l’avrebbe più fatta sorridere, tranne lo sguardo e le carezze della sua principessa.

Terminato di fare ordine, chiuse la porta dell’ufficio e si rese conto che era già buio. La bimba era al sicuro coi nonni, ma doveva ancora comprare il pane e rischiava di trovare il panificio chiuso. Correndo per le scale, sistemò il giaccone ormai vecchio e logoro e corse per strada. “Prima o poi dovrò comprare un nuovo giaccone, ma sta arrivando la primavera, potrò aspettare, dovrò aspettare, ora non si può.” La panettiera l’accolse con un sorriso e le fece trovare il solito sacchetto di pane già pronto: “Ehi, hai fatto tardi, ti ho attesa, avrei dovuto chiudere già da venti minuti!” Nonostante il fiatone, Dani riuscì a scusarsi e a dirle della festa e del disordine trovato in ufficio. “Non pensarci, vai dalla piccola che ti aspetta. Ho messo due ciambelle con lo zucchero, quelle che piacciono alla tua Rossana. Un regalino da parte mia.”

 Daniela ringraziò e riprese la strada di fretta. L’aria era fredda e c’era un vento molto fastidioso. Per strada non si incontrava nessuno, i negozi erano già chiusi e le persone stavano cenando nella tranquillità delle loro case.

“Ciao bella signora, dove vai così di fretta tutta sola?” Daniela sentì improvvisa la voce alle sue spalle e istintivamente allungò ancor più il passo, senza voltarsi. “ Nemmeno mi rispondi, troietta che giri sola di notte!” La vista di Daniela si annebbiò e iniziò a correre, correre e correre.

Teneva ben ferma la pesante borsa che portava in spalla e stringeva nella mano il sacchetto del pane. Avvertiva i passi dell’uomo dietro di lei, sentiva il suo fiato che puzzava. Cercò di ragionare, di non farsi bloccare dalla paura e cominciò a fare uno zig zag attorno alle auto posteggiate per confondere l’inseguitore e fargli perdere preziosi attimi di tempo. Con gli occhi cercava  pedoni,  automobilisti di passaggio, porte, bar, negozi aperti, ma non c’era niente, niente e nessuno in quel lungo tratto di strada. Sapeva di non potercela fare, sapeva che quello avrebbe corso più veloce di lei, sapeva che sarebbe stata questione di attimi se non avesse incontrato qualcuno in grado di aiutarla:

“Corri, Dani, corri!”

Aveva il cuore che batteva a mille e le tempie le pulsavano quasi a scoppiarle. Le lacrime iniziarono a rigare il suo viso, forse per il vento sferzante, di certo per l’angoscia che la invadeva sempre più.

“Corri, Dani, corri!”

 si ripeteva come un’ossessa e  rifiutava di ascoltare le volgarità di quella voce brutale e sempre più vicina. Un’auto! Vide in lontananza un’auto che veniva verso di lei e si lanciò al centro della strada. Mulinò le braccia in segno di aiuto, ma l’automobile la evitò con un’abile sterzata e si allontanò velocissima. Daniela riprese la sua disperata corsa sul marciapiedi opposto:

“Corri, Dani, cor…”.

Per un lungo secondo non capì e non sentì più nulla, poi avvertì  il sapore dolciastro del sangue in bocca e comprese di essere stata sbattuta sul marciapiedi. Cercò di divincolarsi con tutte le sue forze da quel corpo sudato e puzzolente che la schiacciava a faccia in giù. Tentò di scalciare, di lottare, di mordere quella mano attorno al suo collo che le impediva di gridare e di respirare.

“ Ti piacerà, bella stronzetta, vedrai come ti piacerà!”, diceva intanto quella voce vomitevole.

La borsa a tracolla era finita contro il suo stomaco e la busta del pane sotto la sua fronte. Daniela riuscì ad assestare alcuni calci a quella belva feroce, ma l’uomo seppe tenerla ferma afferrandole con forza i capelli e tramortendola con alcune manate sulla testa. Poi lacerò i pantaloni della  sua tuta di lavoro, strappò le  mutande e iniziò a violentarla con foga e violenza animalesca.

Tre…cinque…sei…

 Daniela urlava, urlava di dolore, di terrore e di schifo, ma dalla sua gola  usciva solo un rantolo che sapeva di morte. A ogni colpo che l’uomo infieriva,  la testa di Daniela batteva violentemente sul marciapiedi, annientandola lentamente. Il setto nasale andò in frantumi e l’arcata sopracciliare si spaccò in più punti. Avvertì chiaramente la rottura dell’osso frontale  prima di perdere conoscenza in un lago di sangue.

Otto…dieci…

Fu il sapore dello zucchero della ciambellina che si era schiacciata tra i suoi denti rotti a ridarle un attimo di lucidità e vide distintamente il volto dolcissimo della sua Rossana che l’accompagnò per un lungo ultimo momento, non permettendo più a nessuno di frapporsi tra mamma e figlia.

Dodici…tredici…

Il buio eterno l’accolse.

Quando l’uomo finì, non disdegnò di sferrare una violenta pedata su quel corpo  che ormai non gli serviva più e, indisturbato, si allontanò.

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