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In quello stanzone di ospedale, dove si è indifesi nel corpo e nell’anima, ho avuto modo, mio malgrado, di osservarli a lungo. Entrambi ultraottantenni, lei inchiodata nel lettino per la rottura del femore, lui su una sediolina di ferro per accudirla in ogni cosa possibile. I due figli maschi della coppia sarebbero arrivati dalla Germania, dove vivono e lavorano da anni, e loro non avevano nessuno a cui rivolgersi o non avevano voluto disturbare altri parenti.  

Lui,  con evidenti difficoltà motorie, chiede al caposala e a tutte noi il permesso di poter restare accanto alla moglie nonostante il reparto esclusivamente femminile. Nessun problema per noi e si sistema su quella sediolina, dividendo il pranzo con la signora. Durante le ore del giorno quando lei dorme, lui si appisola  sulla sedia col pericolo di cadere. Tutte le volte che è necessario gli chiediamo di accomodarsi nel corridoio per  sistemare le nostre ammalate. Lei si preoccupa per lui, ha paura che si stanchi  giorno e notte lì, che cada addormentato da quella scomoda sedia, gli dice di andare a casa che lei se la caverà comunque. E lui a ripeterle: “Non ti lascio.”

Poi arriva per lui una sedia più comoda, portata dalla parente di un’altra ammalata. E arrivano i tranci di pizza, i panini imbottiti, i succhi di frutta che portiamo da casa in doppio.

Quando lei si lamenta per i dolori lui la incoraggia a non pensarci e porta il discorso su cose e situazioni liete del passato, per distrarla, per farla sorridere. E così conosciamo del pranzo di nozze festeggiato nella sagrestia della chiesa con pasticcini, cannoli e rosolio, impariamo la ricetta del “macco di fave” che come lo prepara la signora è una poesia, ascoltiamo delle preoccupazioni per i figli, uno in separazione, l’altro che non intende sposarsi e altri piccoli e teneri aneddoti di quella lunga  vita insieme.

Il sabato di Pasqua l’ortopedico annuncia alla signora le imminenti dimissioni e ordina  un ricovero per un mese  in un centro di riabilitazione fisioterapica. Lui non si scompone: “Non ti lascio, mi farò ricoverare a pagamento e starò con te. Magari farò qualche esercizio per  il ginocchio”. Lei a dire no, si sarebbe annoiato, bastava che andasse a trovarla ogni due giorni e poi occorreva pensare ai gatti di casa.   Ma lui è sicuro e deciso: “Senza te non so cosa fare a casa, i gatti se la caveranno in giro per il quartiere. Io ho da pensare alla mia gattina. Ricordi che ti chiamavo Micetta?”

“ Tanto tempo fa! Mi chiamavi Micetta perché  mi chiamo Domenica,  cioè Micia. Perchè hai smesso di chiamarmi Micetta?”

“Boh, forse perché eri cresciuta. Ora è arrivato il tempo di ricominciare.” E lei fa un bellissimo sorriso sdentato, proprio uguale  a quello dei neonati.

E’ il regalo di Pasqua che si fanno a vicenda.

Nel pomeriggio arrivano i figli: baci, abbracci, sorrisi, regali. Si informano su tutto, sono stanchi del viaggio aereo. Propongono al padre  di sostituirlo per la notte, ma lui dice che non è necessario, che si è abituato a quella sedia imbottita e riesce a dormire . I due figli, quarantenni avanzati,  non insistono e decidono di andare a cenare in un noto ristorante della zona perché hanno tanta voglia di mangiare italiano. Quando vanno via lei sospira: “Ah, questi ragazzi che non crescono!” E lui: “ Ehi, Micetta, stai tranquilla, noi abbiamo imparato a bastarci.”

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