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ginestra

Parco dell’Etna – Genista Aetnensis – (foto web)

In questo periodo le zone dell’Etna sono già un trionfo di colori, soprattutto di giallo, grazie alla ginestra, che spicca un po’ovunque. La ginestra è una pianta, meglio dire un albero, perché la Genista Aetnensis, a differenza degli arbusti che si notano in tutto lo Stivale italiano,   raggiunge a maturità gli 8-10 m di altezza per 8 di ampiezza, un albero, quindi, che mi è sempre piaciuto. Ne ammiro l’umiltà e la semplicità, la luminosità e l’intenso profumo dei fiori, la capacità di adattamento ai terreni più poveri, più impervi e alle condizioni atmosferiche più crude. Inoltre è una pianta pioniera, capace di colonizzare e iniziare un percorso  di rimboschimento, sbriciolando, con le sue radici, il  duro basalto.

Non c’è primavera che io non vada a raccoglierne qualche ramo. Anche quest’anno  sono andata a rubare a Madre Terra, un po’ delle sue meraviglie e l’ho fatto nella zona di sempre, una zona dove da bambina coi miei genitori  andavo” a ginestre”.

In realtà non si andava solo a raccogliere fiori , ma anche a visitare il  Santuario della Madonna della Sciara di Mompileri e la sua grotta con l’antica statua della Madonna che fu risparmiata dalla violenta eruzione del 1669. La mamma  raccontava la storia del santuario, la distruzione, il ritrovamento della statua “là, sotto un fiore giallo”, la ricostruzione;  papà invece raccontava vicende della sua cattura di partigiano e della salvezza prima di arrivare al campo di sterminio. Non so quale delle due storie ogni anno preferissi ascoltare, so che mi piacevano entrambe, anche se le conoscevo quasi a memoria. E mi piaceva quel mazzetto piccolo di ginestra che mio padre, dopo essersi arrampicato sulla sciara più brulla per raccogliere i fiori gialli più belli, mi donava.  I mazzetti erano tre: due piccolini per le figliolette e uno un po’ più grande per la sposa.

Era un rito quello di “andare a ginestre”, un rito che mio padre amava fare ogni 25 aprile; era il suo modo di ricordare un salto da un treno e l’amorevole ospitalità di una famiglia veneta che lo curò, lo nascose e lo protesse dal campo di sterminio.  Era il suo modo di festeggiare la vita che la ferocia e la stupidità umana gli stavano togliendo e che era riuscito a riprendersi.

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Foto web – Fonte NikonClub.it