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Di solito in questo mio spazio non recensisco libri, ma affido ad  Anobii la mia opinione di lettrice. Vero è, però, che spesso nel blog parlo di libri e posto citazioni, che aggancio a determinati argomenti e vero  è anche che nel widget qui a fianco informo gli amici di questo blog di ciò che vado leggendo e capita che si instaurino interessanti discussioni e pareri sui libri in lettura.

Quando, però, un libro mi colpisce per vari aspetti e situazioni, capita che anche su wp senta il desiderio di parlarne e di condividere. Così  è per il libro di Otello Marcacci che ho appena finito di leggere, una lettura, peraltro e in un certo senso, legata a questo mondo di blogger cui appartengo.

“Gobbi come i Pirenei”, pubblicato dalla NEO Edizioni, è stata, lo dico subito, una gradevolissima lettura. Aspettata e inaspettata. Di Otello Marcacci leggo da tempo vari articoli e conosco e apprezzo la sua scrittura  libera, passionale, spesso fulminante, sicuramente  immediata. Ma mai avrei pensato che un romanzo che avesse come sottofondo il ciclismo, sport nobile ma verso il quale non sento trasporto, mi trascinasse a tal punto da trovarmi dentro un’auto ammiraglia a urlare: –Dai, Bollini, dai, dai, dai! E invece l’inaspettato è stato. E se è stato il merito va tutto allo scrittore che, oltre ad un’attenta  scrittura, ha saputo costruire un’efficace struttura narrativa, capace di introdurre subito  il lettore nel plot del romanzo e permettergli di affezionarsi  al protagonista con decisione.

La lettura, tra raffinate note musicali e citazioni d’autore, scorre veloce e ti trascina tra gli eventi di vita, ora commoventi, ora goliardici e divertenti, di Eugenio Bollini, ciclista che mai ha vinto una gara. Uomo mediocre  per percezione altrui, sfigato, finisce per autoconvincersi della sua poca brillantezza di essere umano e di professionista  sportivo, nonostante il suo 130 di quoziente intellettivo. Ma un’importante promessa lo costringerà  a rimettersi  in gioco. Nel ciclismo e nella vita. Perché “non è finita  finchè è finita”’ e c’è  sempre uno spazio per  riprendere in mano l’ esistenza, partendo proprio dalla mediocrità e magari trovare un riscatto  modificando ottiche e situazioni, abbassando toni, costruendo per brevi tappe e semplici gioie. Lottando e sudando. Sudando e pedalando. In fondo questa è la grandezza di chi possiede una  mente, un Q.I. 130 ad esempio, che ti permette di percepire le brutture del mondo, di dispiacertene e di lottare contro esse  facendo  scelte  autonome e coerenti, anarchiche  se vuoi, ma sempre faticose e sudate e  che ti consentiranno di  ripartire, di redimerti e  andare molto oltre.

Gobbi è stata una  bella lettura, che è cresciuta in intensità e emozione via via che ci si avvicinava ai Pirenei e ripeto di non essere  un’appassionata di  ciclismo. Nel libro c’è molto di più di una pur bella e sana passione sportiva,  ma  la parte finale del romanzo, con le arrampicate del Tour de France, è davvero palpitante, epica, trascinante. Inoltre Otello Marcacci ha saputo costruire  attorno al protagonista un colorato caleidoscopio di personaggi e ognuno  di essi ha avuto qualcosa da dirmi e da insegnarmi, oltre alla storia, oltre al protagonista, oltre allo scrittore.

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