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amicizi

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La bella signora quella volta non ti aspettava, non era un sabato. Lei si trovava sul balcone intenta a sistemare dei vasi ed era chinata e protetta dalle colonnine di pietra bianca, quindi tu non la vedesti, ma lei vide te. Vide una grande automobile mezza sfasciata che si fermò dietro l’angolo di casa sua, abbastanza lontana per non essere facilmente notata. Dall’auto scese un uomo che si poggiò sulla fiancata e accese una sigaretta. Tu scendesti dall’altro sportello e prendesti con te i tre bambini che stavano seduti dietro. Ti incamminasti con loro verso il cancelletto di casa sua, ma a un tratto ti fermasti e facesti togliere le scarpe ai tre bimbi. Gettasti  le scarpe dentro l’auto e, coi bambini scalzi, venisti a suonare il campanello della signora. Suonasti col solito ritmo, ma lei non si mosse. La bloccarono quelle scarpette tolte ai bambini. Perché? Perché, Vassil, gli facesti togliere le scarpe? Lei ancora se lo chiede.

Suonasti altre due volte. Guardasti in su. Non potevi vedere lei accovacciata dietro al muretto. Notasti le porte aperte e suonasti un’altra volta. Un bambino si mise a piangere, si era fatto male ai piedini nudi e non  esitasti a dargli un forte strattone per zittirlo. Rimanesti vicino al cancelletto, in attesa, poi il tuo amico finì la sigaretta e suonò il clacson. Tornasti in auto coi bambini e la macchina partì. Fece due metri e si fermò. Il tuo amico scese e venne verso la casa. Si guardò attorno per alcuni secondi, poi scavalcò il cancelletto della signora. Lei impallidì, ma riuscì a strisciare sul balcone e ad entrare dentro. Da dietro la tenda di una finestra vide quell’uomo che si dirigeva verso la porta d’ingresso. Lei voleva urlare, voleva fuggire, ma la paura la immobilizzò. Poi vide te. Avevi  raggiunto il cancelletto e nella tua lingua gridavi qualcosa all’altro uomo. Lo stavi richiamando indietro con forza e determinazione. E lui si fermò, scosse la testa e tornò indietro. Scavalcò nuovamente il cancelletto e si avviò, gesticolando nervosamente, verso l’auto.

Tu rimanesti fermo sul cancelletto e anche la signora rimase immobile dietro la tenda. Forse scorgesti la sua sagoma che tremava o forse no. Suonasti per l’ultima volta il campanello e facesti un gesto con la mano che sembrava un saluto, poi andasti via. La signora scostò la tenda e vide l’auto sgommare veloce. Solo quando dell’auto non rimase traccia, ebbe la forza di alzare la mano come fosse un saluto. L’ultimo.

 Quando, alcuni mesi dopo, il marito  chiese alla moglie notizie di Vassil, lei rispose che era partito per altri luoghi e non sarebbe più tornato, ma prima della partenza era venuto coi suoi bambini a salutare. Il marito disse – Bene – e aggiunse che quella è gente che lascia dietro tutto. Lei gli rispose che probabilmente era vero, ma che alcuni sanno lasciare un saluto e un ricordo.

 

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