Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.

Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”.

(Viaggio in Portogallo – José Saramago)

Ha ragione Saramago, ha ragione nel dire che il viaggio non finisce mai e che a volte è bene ritornare sui passi già dati, per ripeterli, per non dimenticare e per tracciarvi a fianco nuovi cammini o per vedere il cammino fatto da altri. E Praga ne è un chiaro esempio.

Tornare a Praga dopo 24 anni e scoprirla diversa, diversamente bella, è stato piacevole. Di Praga conservavo, fino a d una settimana fa, un ricordo bellissimo e inquietante al contempo. Bellissimo perché Praga con i suoi monumenti, i palazzi, le torri, il castello, il fiume, i parchi, era e rimane  una delle più belle capitali d’Europa, seconda, a mio modesto parere, solo a Roma e Parigi e già allora mi incantò con le sue grandi piazze, con i colori tenui delle case, con l’eleganza degli interni di certi palazzi, con lo splendore della piazza e della torre dell’orologio e con quel Ponte Carlo che credo nessun visitatore scordi una volta visto. Conservavo, però, anche un ricordo drammatico perché 24 anni fa Praga era ancora sotto la coltre comunista ed era una coltre pesante, oppressiva  e soffocante; vibrante per il turista che arrivava, osservava, scattava due foto, gustava un buon gulash e tornava a casa propria raccontando magari scene e situazioni al limite dell’irreale, ma a vivere  sotto quella coperta… Il tempo di un viaggio e via, nonostante le bellezze.

E 24 anni dopo? 24 anni dopo la capitale della Boemia è sempre bella ed affascinante, come già detto, ma è una città fortunatamente  diversa : libera, cosmopolita, se vuoi confusionaria, se vuoi commercializzata, se vuoi meno letterata, se vuoi…, ma libera, libera, accogliente ed in crescita. In crescita perché non si smette mai di crescere e di innovarsi così come mai dovrebbe smettere la lotta per la libertà in ogni tempo e in ogni luogo. E Praga ha sempre lottato per la libertà, a partire dalla Rivoluzione di velluto e continua a farlo.

La città  oggi è un pullulare di gente di ogni luogo (ci sono anche i Vu cumprà), di studenti e di affaristi, di teatri e musei, di università e centri di ricerca e studio, di negozi di ogni genere, di bar e ristoranti e molti sono gestiti da stranieri, cinesi per primi. Non ci sono ancora gli sfavillanti negozi degli stilisti alla stregua di Milano, Parigi o Vienna, ma si notano i grandi centri commerciali e le catene di abbigliamento internazionali più economiche. Io ricordavo solo le piccole mercerie con dei bellissimi scialli ricamati, i negozi dei cristalli, qualche bella  gioielleria, un negozio della Benetton e soprattutto allora fui  colpita  dai negozi di alimentari e dai banconi del mercato ortofrutticolo quasi vuoti. C’erano, ricordo, le donne che vendevano 4 mele e due cespi di verdura agli angoli delle strade, uguali alle donne russe che ho visto appena 6 anni fa tra Mosca e S Pietroburgo  e c’erano  dei giovanissimi finanzieri alla dogana che, dopo i controlli, ti sorridevano timidi ed accettavano con gioia qualunque cibo o lira tu gli offrissi. Altri tempi per la popolazione Ceca, per fortuna.

 -Per fortuna– è solo un modo di dire perché certe fortune non cadono dal cielo. E così a Piazza S. Venceslao non puoi fare a meno di pensare ancora una volta a Jan Palach e al fuoco. Il fuoco che brucia e fa male ma che purifica, che disinfetta, che cura le ferite, che battezza un nuovo inizio, lasciando dietro un passato dove non si intende ritornare.

Marja, la collega ceca che ci accompagnava, a un certo punto ha detto:- La Praga che ammirate oggi è il risultato del nostro doloroso viaggio del fuoco.

 E di fuochi nella nostra Europa ce ne sono ancora tanti e  di nuovi se ne accendono, specie al di là dell’Adriatico .

 Bruce Chatwin  nel suo “Viaggio in Patagonia” affermava che ” si viaggia per esistere, per sopravvivere, per uscire dalla fissità”. E Saramago nel suo “Viaggio in Portogallo” diceva che: “ Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”.

Il viaggiatore ritorna subito, ma il prezzo del fuoco è troppo alto. Che si trovino strade diverse per iniziare un nuovo viaggio  che contribuisca alla maturazione socio-economica di un grande paese, l’Europa, che pare smarrito di fronte alla crisi che stiamo vivendo. Strade che abbiano alla base l’elemento umano e non solo calcolatrici, indici di borsa o diagrammi numerici, strade che incrocino e affianchino  la proposta  e l’esigenza socio- culturale di un paese con quella delle direttive politiche. Per non spezzare di nuovo quel sottile ma intenso filo che unisce i due capi, per rafforzare un canale di comunicazione vitale, per non costringere nessun essere umano al disperato viaggio del fuoco.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci