Che tempaccio oggi! Tipica giornata invernale, con un vento freddo e teso e lievi spruzzate di pioggia-nevischio che ti invitano a stare a casa. Ed io ci sto anche volentieri. Così  ho quasi oziato, solo un po’ di ferro da stiro e nulla più. In fondo sono in vacanza, no? Da domani riprendo a correre per cose non di lavoro, comunque impegni presi, ma oggi, dopo le fatiche culinarie e di pulizia prenatalizi, ho deciso per poltrona e tv.  Comodamente sdraiata , con un caldo plaid addosso e il cagnolino che dormiva ai piedi, ho cercato qualche film da vedere in tv, visto che ieri sera il tentativo di vedere l’ultimo film di Woody Allen  al cinema è svanito per la grande confusione di gente. Potevo restare senza film a Natale? così ho iniziato a fare zapping su Sky e ho visto un capolavoro: un vecchio film di Pedro Almodòvar, “Tutto su mia madre”, un film che non avevo visto ai tempi in cui era uscito e, chissà il perché, non ero mai riuscita a vedere in seguito poichè mi infastidivo alla visione delle sue prime battute. Forse non ero predisposta in quei momenti perché  Almodòvar è un grande del cinema, che fa cose grandi, ma che devi assaporare al momento giusto.

Ora, invece, posso unirmi al coro dei tanti che affermano che questo film è un capolavoro. Un film che si presta a molte letture: un apologo sul potere dell’amicizia, sul valore della coralità, e sul coraggio di affrontare la vita anche nei suoi momenti più difficili. Un film sulla morte, sul dono, sull’essere  donna e madre; un mosaico dove si parla di abbandono, separazione, malattia, maternità, femminilità, omosessualità, di assenza di un principio maschile.  Si parla anche  di teatro, cinema e scrittura; di malattia, di droga, aids, di trapianti, donazione di organi, ma soprattutto d’amore e di morte. Si parla del dolore, un dolore di fondo, filtrato da una visione ironica dell’esistenza stessa. E si parla di donne, esclusivamente di donne; creature appassionate, in continua lotta per la sopravvivenza, cariche di sentimenti e generose fino all’autodistruzione.

 Manuela, la protagonista, ma non solo lei, affronta un terribile dolore, il Dolore, quello atroce di un figlio morto e lo trasforma come opportunità per affrontare i buchi neri della propria vita, l’irrisolto che continuamente si rimuove,  e come occasione per fare pace, perdonare il passato e perdonarsi, per poter affrontare il viaggio che rimane da compiere con una vita nuova tra le mani. Lei affronta il dolore e l’angoscia di morte per trasformarla in vita.

Dove va l’amore per un figlio morto? Dove? Dove si deposita quell’amore? Che fare di quell’amore?

Manuela deve ripercorrere la sua vita a ritroso, cercando di dare un senso a quella sofferenza. Deve scavare dentro per ricongiungersi col proprio passato. Per risorgere. Per rinascere. Per affidare anche agli altri una parte del dolore che si porta addosso e per scoprire, nel momento finale, che l’amore torna. E torna nelle vesti di un bambino che non chiede altro che di crescere e di essere amato e accudito e protetto; un bambino  che diventerà grande, forte, libero e sano e che aprirà a Manuela nuove prospettive di vita.

Allora, dove va l’amore per un figlio morto? Si proietta all’infinito e torna a illuminare come un sole caldo, luminoso e gentile. E’ l’amore che torna.

Che bel film! Sì, è stato il mio film di Natale, anche se vecchio di almeno dieci anni, uno di quei film che difficilmente si scordano e visto nel tepore e nel silenzio di casa.

Finito il film, sono andata ad accendere le luci del Presepe ed ho visto Lei, Maria, con in grembo il Bambin Gesù, e stasera  mi è sembrata ancora più bella, più donna, più madre. Maria, che ha saputo proiettare all’infinito l’amore per il Figlio morto ed illuminare con un raggio caldo e gentile le nostre vite.

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”…è una delle frasi-simbolo del film ed è una frase che in questo momento mi piace aggiungere a questi miei sconnessi pensieri natalizi

Michelangelo – La Vergine della Pietà

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