Giornalista, scrittrice, poetessa, traduttrice libanese, è  considerata una delle più importanti autrici arabe contemporanee e si batte per dar voce a tutte le donne, in particolare a quelle che voce ancora non hanno e non possono avere perché prigioniere di pregiudizi maschili.

Nata a Beirut nel 1970, Joumana è responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese An-Nahar, dirige un magazine di letteratura arte e cultura, dal titolo Jasad che in arabo significa corpo, e il corpo è l’oggetto principale di tutte le sue copertine, trasgressione censurata dagli integralisti ma che riscuote successo e abbonati anche nella conservatrice Arabia Saudita dove il magazine viene venduto in busta chiusa.

La sua poesia è fatta di una lingua che graffia, che lascia, letteralmente, il segno. Lei stessa ha detto che scrive  “con le unghie”, con  ferocia, o piuttosto auto-ferocia: “Scrivere poesia è sempre stato, per me, sinonimo di scavare dentro, nonostante il dolore, le ferite, la paura, i dubbi, i vermi, la polvere, il buio. Scavare nella carne della carne dell’anima. Nella carne della carne del corpo. Nella carne della carne dell’immaginario. Scavare per scoprire cosa c’è sotto, non per arrivare alla fine di un tunnel. Scavare con l’impazienza di una golosa, con la sensualità di un’impudica, con l’umiltà di una perdente, e con la spietatezza di una criminale”.

 Leggere i suoi versi, che lei stessa scrive in sette lingue, significa accettare di fare i conti con lo stupore del dolore e con la spudoratezza del piacere, con la strozzatura della disperazione e con il respiro della speranza.

DONNA

Nessuno può immaginare

Quel che dico quando me ne sto in silenzio

 Chi vedo quando chiudo gli occhi

 Come vengo sospinta quando vengo sospinta

 Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

 Nessuno , nessuno sa

 Quando ho fame quando parto

 Quando cammino e quando mi perdo,

 nessuno sa che per me andare è ritornare, e ritornare è indietreggiare

 che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera

 e quel che seguirà è una tempesta.

 Credono di sapere

 Ed io glielo lascio credere

 E creo.

 Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione

 E ringraziassi e obbedissi

 Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro

 Sono libera nella vittoria e nella sconfitta

 La mia prigione è la mia volontà!

 La chiave della prigione è la loro lingua

 Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

 E al mio desiderio non impartiscono ordini.

 Sono una donna.

 Credono che la mia libertà sia loro proprietà

 Ed io glielo lascio credere

 E creo.

 

-Il Burqa più pericoloso è quello che non sai e non ti accorgi di indossare,

ma c’è ed agisce –

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