La scorsa settimana sono stata chiamata a supplire una mia collega. Nel mio lavoro capita anche questo e non importa che sei di ruolo da una vita, non importa che ci sono centinaia di insegnanti disoccupati in attesa di lavoro anche per un solo giorno; il decreto ministeriale numero- non ricordo- impone a noi docenti di ruolo di supplire altri colleghi nelle ore di compresenza , in barba a chi, precario, attende una telefonata dagli istituti scolastici. Sono ore che facciamo nostro malgrado e con fastidio perché quelle ore sono di solito destinate al recupero dei tuoi alunni in difficoltà scolastica.

Così l’altra mattina avevo preparato schede ed attività di recupero linguistico per un mio nuovo alunno rumeno che dice solo tre parole di italiano e invece arriva l’ordine  di supplenza in una classe quinta. Chiudo schede e quaderni e, arrabbiatissima, vado in quella classe sapendo già che saranno due ore pesanti perché quella è una classe tremendamente difficile. Succede in tutte le scuole (e spesso mi chiedo il perché…) che ci siano classi dove, per caso o per scelta, si concentrano  i soggetti più irrequieti e difficili da gestire, sia a livello scolastico che disciplinare. Tutti nella mia scuola conosciamo quella quinta e le sue problematiche e tutti temiamo di incappare in qualche supplenza proprio lì, sapendo bene che uscirai con la gola spaccata e i capelli verdi. Comprensione massima verso la nostra collega, titolare di quella classe, che, però,  si assenta di frequente per suoi problemi di salute.

Così entro furente in quella classe e trovo 19 bambini a braccia conserte che mi guardano con sorriso beffardo. Mi presento e chiedo ai ragazzi di uscire il quaderno a righe per fare un dettato.

“Non abbiamo i quaderni, li ha la maestra a casa per la correzione”, dicono in coro.

Chiedo  allora quello di matematica: “I quaderni sono chiusi nell’armadio e la chiave ce l’ha la maestra”.

“Avete il quaderno di geografia?”, chiedo.

“No, la geografia la studiamo il lunedì”. Insomma, qualsiasi cosa chiedo, libro di lettura compreso, loro non ce l’hanno. Capisco così che il loro è un gioco per evitare di fare qualsiasi attività. Potrei frugare negli zaini, potrei chiedere copia delle chiavi dell’armadio in segreteria, potrei prendere dei fogli dal mio armadio…potrei fare tante cose, ma decido di stare al gioco e gli consento di disegnare sull’album che, dicono, è l’unica cosa che hanno nello zaino. Si stancano presto, però,  ed  iniziano ad agitarsi e a muoversi, ad alzarsi, correre tra i banchi e a litigare tra loro. Rischio il solito caos e capisco che devo impegnarli in qualcosa che possa interessarli. Frugo nella mia borsa di lavoro alla ricerca di qualcosa e trovo dei foglietti  spiegazzati che avevo dimenticato da un paio d’anni  nella carpettina –Natale- . Con un po’ di autorità,  riprendo l’ordine della classe e poi chiedo:

“Avete le orecchie? le avete che funzionano?”. Mi guardano stupiti e proseguo con tono sempre più calmo: ”Ho un favore da chiedervi: vorrei partecipare ad un concorso di scrittura su internet, una gara a chi scrive il più bel racconto di Natale per  ragazzi. Così ho inventato un raccontino, sarebbe bello non arrivare ultima nel concorso, ma prima di spedirlo mi piacerebbe sentire il parere dei ragazzi, di voi ad esempio, che siete più grandi dei miei alunni e potete essere più adatti a giudicare la mia storiella. Che ne dite? Volete ascoltarla? Ma dovete essere sinceri al massimo perché dipenderà da voi se partecipare o meno. E’ una grande responsabilità!”

Le femminucce accettano subito la proposta, i maschietti, specie Eugenio, il capo-combriccola, sono ancora incerti e iniziano a chiedere se il racconto è lungo, che sito internet è, che si vince, chi può partecipare, ecc

Memore della partecipazione a CE.LO. SAI, gioco-racconto blog, comincio a dire, tra verità e piccole bugie, che è un concorso di scrittori molto bravi e che i racconti più belli saranno pubblicati per beneficenza e che si vincono coppe e penne e che si vince per votazione, quindi mi potrebbero servire i loro voti sul web per sbaragliare gli altri concorrenti.

La cosa inizia a piacergli, ora sono tutti attenti, avvertono complicità e si sentono coinvolti ed  importanti. Così rincaro la dose: “ Dovete farmi una promessa: questo deve restare un segreto fra me e voi e vi chiedo anche un aiuto perché il raccontino è troppo breve e in alcuni punti non mi convince. Quindi vorrei sapere da voi  come aggiustarlo e renderlo più bello. Mi aiutate? E se deciderò di partecipare, poi  voterete nel sito per me!”.

Adesso  li ho in pugno: attenzione massima, calma e silenzio assoluto. Loro sono pronti, io un po’ meno perché stavolta sono io che sto bluffando…Il raccontino c’è e l’ho scritto davvero io per una piccola recita di classe seconda, una semplice storiella scritta per impegnare alcuni bambini nella lettura e nella drammatizzazione per un Natale dedicato ai nonni. Altro che concorso sul web…

Guardo quei ragazzini di quinta e penso già che mi distruggeranno come scrittrice, ma non importa, io non sono una scrittrice; mi importa solo tenerli calmi e tornare al più presto sana, salva e fresca, dai miei alunni.

La giornata è splendida, fa decisamente caldo così dico che quell’aula è troppo angusta, umida e stretta (ed è vero…un’altra nota che non aiutai questi  bambini scalmanati che cominciano a piacermi) e che andremo a leggere in cortile. Restano basiti dalla mia proposta, quasi non ci credono e le manifestazioni di entusiasmo per la novità per loro rarissima (perché rarissima? Sono sempre in punizione per cattivo comportamento?) non si contano. Aggiungo che dopo potranno anche giocare un po’ fuori, ma prima devono ascoltare per aiutarmi per il concorso.

Li conduco in un angolo del cortile all’ombra, il sole stranamente picchia in questi giorni, e ci sediamo sui gradini della scala, a semicerchio; li guardo uno per uno e noto entusiasmo misto a stupore per questa esperienza di ascolto, attività che faccio regolarmente coi miei alunni nelle ore del progetto lettura, e spesso  proprio su questi gradini. Inizio a leggere e metto tutta me stessa nella lettura, nella dizione, nelle pause, nell’enfasi. So bene che l’ascolto di una storia  può divenire un momento magico, che la voce che legge per te, anche indipendentemente dal testo, può regalarti attimi di stupore e di piacere che non si dimenticano.

Leggo “Nonna Natale” ed intanto guardo quei bambini che non conosco e noto visi belli, freschi, occhi  puliti, sguardi ora sereni, calmi. Sono attentissimi e silenziosi, non mi interrompono; la mia voce, i miei gesti, la situazione e forse anche la storia, li rapiscono.

Quando termino di leggere  c’è un silenzio totale: sono in attesa del loro giudizio e mi accorgo che le mie mani iniziano a sudare. Non posso crederci : sono emozionata e nervosa!

Poi Eugenio dice: “ Di nuovo, leggila di nuovo, per favore”.

La rileggo altre tre volte, l’ultima volta dialogando con loro sui vari punti della storia ed ascoltando alcuni consigli che mi sembrano adeguati. Il suono del campanello ci coglie di sorpresa: il tempo è volato! Prima di lasciarli, chiedo un ultimo favore: “ Ho dimenticato di dirvi che il racconto deve essere accompagnato da un disegno ed io non so disegnare. Lo fate a casa per me e poi decido quale inviare?”.

L’indomani Eugenio e altri tre ragazzini piombano nella mia classe con dei fogli in mano: “Sono per te, maestra, per Nonna Natale”. Guardo quei disegni e li ringrazio. “Quando torni a fare supplenza e a leggere per noi?”, chiedono.

“Spero presto, e comunque verrò a trovarvi. Il tempo trascorso con voi è stato per me un bel tempo. Non per il mio raccontino, ma perché ho conosciuto voi. Siete dei ragazzi in gamba”. Stavolta non sto bluffando, sto dicendo la pura verità.

Manet – La lecture