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Questo è il primo dei due racconti che ho scritto per gioco, aderendo al blog CE.LO SAI, racconti strampalati di crimini inventati. L’intento, nonostante il genere narrativo giallo richiesto dal gioco, è stato quello di far sorridere il lettore.E se ci sono riuscita…continuerò a sorridere con voi. Mentre lo scrivevo, ricordando l’accaduto, mi sono davvero divertita. :-))

A tutte le …Anta che indossano taglie dalla 46 in poi.

A tutte le commesse che amano il loro lavoro.

Per quanto sembrino cose di secondaria importanza,

 la missione degli abiti non è soltanto quella di tenerci caldo.

Essi cambiano l’aspetto del mondo ai nostri occhi

 e cambiano noi agli occhi del mondo.

Virginia Woolf, Orlando, 1928

 

La primavera dalle mie parti di solito arriva precoce e determinata, ma tre anni fa non ne voleva proprio sapere di annunciarsi. Marzo stava finendo ed eravamo ancora tutti infagottati e stanchi del vento gelido e del cielo grigio e piovoso.

Fu in una di quelle mattinate che mi trovai, mio malgrado, in un grande centro commerciale. Reduce da un’antipatica angina tonsillare che di solito mi costringe a letto per giorni e giorni e mi rende un cencio, girovagavo per gli ampi corridoi del primo piano, ricchi di negozi di ogni genere, nell’attesa che mio nipote acquistasse l’ultima novità tecnologica di video-giochi al piano superiore.

Non mi piacciono i grandi centri commerciali, li ritengo confusionari, caotici, spersonalizzanti; di solito li evito, ma quella volta, da buona e cara zia, acconsentii ad accompagnare il nipote di turno.

C’era parecchia gente nei corridoi del megacentro, meno, molto meno dentro i negozi. Solo il supermercato era affollato.

Non avendo particolari esigenze di acquisti, continuai a gironzolare e pian piano mi lasciai attirare dalle vetrine delle boutique: belle, colorate, festose. Osservavo le nuove collezioni primavera-estate e mi accorgevo che finalmente erano tornati i colori: c’era tanto arancione, giallo e viola, colori che solo a guardarli mettevano allegria. Di grigi e marroni invernali non se ne poteva più; colori, colori, finalmente colori!

Colori, sole, caldo, mare…eppure sentivo ancora qualche brivido di freddo nonostante il riscaldamento dei locali e l’abbigliamento prettamente invernale: dolcevita di lana a trecce grosse, pantaloni di velluto e impermeabile imbottito.

“Tonsille mie, quando la smetterete di tormentarmi? Manco avessi 13 anni!”

Appena girai l’angolo del corridoio mi si parò davanti il grande negozio della Lewi’s Strauss & Co e fu un colpo al cuore!

Ho sempre amato i capi Lewi’s; i miei primi jeans furono dei Lewi’s: mitici, fantastici jeans! Con quei jeans trascorsi quasi tutti gli anni delle scuole superiori: li adoravo, ci stavo bene dentro: comodi, pratici, si modellavano a me ed esaltavano la mia esile figura. Spesso li indossavo con le camicette a quadretti, quelle corte, da legare in vita o sotto il seno.Mia madre sbuffava, mi diceva di vestire da donna, così mettevo la mini e lei subito a dire che i jeans andavano meglio.

Quanti ricordi…bei tempi…tempi andati!

Andati? Perché andati? Andati dove?Beh…andati!

Da decenni non entravo più in un negozio Lewi’s, ritenendo quel tipo di abbigliamento non più adatto a me, troppo giovane, troppo sportivo, troppo…troppo stretto!! Con gli anni cambiano i gusti, le mode, i miti e…i chili!

I chili…insomma…mica erano diventati così tanti in più, solo un po’ in più, un pizzico in più.

Un pizzico?” Ok, ok, un pizzicone, un pizzicone che mi fece allontanare da tutti quei “bei” negozietti che arrivano massimo alla taglia 44. Quanto li odio quei negozietti! La taglia S è in realtà una 40, la M una 42, la L una 44 stentata,…poi il vuoto, nel senso letterale del termine, il vuoto!

Li definisco negozi per anoressici, e basta.

E fu con aria sognante e nostalgica che mi ritrovai dentro il negozio Lewi’s Strauss.

 

* * *

Il negozio era vuoto, i jeans, le camicie, le maglie, erano esposti in un disordinato ordine e dietro al bancone, in fondo alla stanza, c’era una giovane commessa intenta a scrivere messaggi al telefonino.

“Forse una maglietta, una camiciola…chissà… magari mi staranno bene”.

Cominciai a guardare i capi esposti, li toccavo, li esaminavo, notavo prezzi e taglie. Tutte S, S, S, solo S!

Non ero entrata per acquistare, solo per guardare, trasportata da quei venti nostalgici che a volte ti assalgono senza sapere bene il perchè.

Toccavo i capi, quasi li accarezzavo, ma non spostavo nulla, non avrei mai osato farlo.

Mi avvicinai, frattanto, al bancone dove stava la commessa che sicuramente non si era accorta della mia silenziosa presenza, intenta com’era a messaggiare col cellulare:

“Buongiorno. Avete solo la S o ci sono altre taglie?”

La ragazza sollevò un attimo lo sguardo dal display e mi guardò distratta ed annoiata.

“In questo negozio esponiamo la taglia S e arriviamo alla L”, rispose con voce piatta. Poi riprese a trafficare con il telefonino.

“Alla L…quasi quasi ci provo. Perché espongono solo la S? Poco spazio?”

Continuai silenziosamente a girare per il negozio. Un giubbotto di jeans attirò la mia attenzione: era abbastanza semplice e poco rigido, senza troppe borchie ed etichette, come piaceva a me. Taglia S striminzita…poteva star bene ad un’alunna delle medie.

“Potrei provare la L di questo giubbotto?”, chiesi un po’ intimidita alla commessa.

Io non sono timida, ma quasi lo divento quando mi trovo in un mondo che non mi appartiene o mi appartiene a stento, o mi apparteneva…come quel negozio sembrava essere.

“Non le entrerà”, disse la commessa dopo aver dato un’occhiata veloce dalle mie parti. Poi tornò a trafficare col telefonino.

Posai il giubbottino e guardai la commessa: poteva avere 25 anni al massimo, alta, magra e con un seno molto prosperoso, capelli neri, lisci e molto lunghi, sopracciglia tatuate e unghie color cioccolato. Rigorosamente vestita di nero, teneva un piccolo foulard giallo al collo; anche lei col mal di gola? A giudicare dalla maglietta leggera e molto scollata, pareva di no.

Non mi entrerà…”. Andai verso il reparto camiceria.

“Carina questa camicia a righe. Può prendere la taglia L?”.

Non rispose. Continuava col cellulare. Non sapevo che fare.

“Posso provare la misura L di questa camicia?”ripetei.

La ragazza posò lentamente il telefonino sul banco, alzò la testa dando un colpo di capelli e mi guardò, poi disse: “E’ stretta per lei”.

“Mi scusi ma, se non vedo la misura L, non riesco a regolarmi. Da tempo non acquisto vostri capi, di solito la L è la mia misura, anche la M va bene se è una vera M e non è troppo elasticizzata”.

“Qui tutto è elasticizzato, questo negozio non è per lei”, sentenziò la commessa.

E’ molto spiacevole sentirsi dire –questo negozio non è per lei-, ti fa sentire un’intrusa, un’esclusa, un’emarginata, un’indegna del luogo.

“Forse ha ragione, ma vorrei provarla lo stesso. Può prendere la L, per favore?”.

 La mia voce era calma, ma sentivo che quel vago senso di timidezza che mi infondevano quel negozio e quella commessa rischiava di trasformarsi in qualcos’altro…le mie mani cominciavano a sudare e l’ombelico a frizzare.

“Sarebbe una perdita di tempo”, rispose con voce glaciale, dando un altro colpo di capelli.

Alla sua età portavo i capelli molto lunghi e anche io davo colpi di chioma con un rapido movimento della testa quando volevo attirare l’attenzione o snobbare qualcuno.

“<<Una perdita di tempo…>>. Ma sta lavorando o cosa? La ragazza è nervosetta, magari sta litigando col suo moroso Calma…”

Nel negozio continuavamo ad essere sole, lei non aveva fatto un passo verso me, sempre ferma lì, dietro il bancone, sempre col cellulare in mano a pigiare sui tasti, certamente infastidita dalla mia presenza.

In questo mondo esistono tre esemplari di commesse.

Le professionali: garbate, sorridenti, amanti del loro lavoro, ti vengono incontro, ti consigliano con sincerità e stanno sempre un passo dietro te.Con loro è un piacere acquistare, ti senti rassicurata e rispettata.

Ci sono poi le bugiarde: ti adulano, ti prendono per i fondelli (“Le sta benissimo, è una favola su di lei, è un affarone, sembra la metà”), ti asserragliano, ti confondono, ti tolgono il respiro fino a che non acquisti qualunque cosa che stia nel negozio e quando esci senti che hai bisogno di respirare.

Infine ci sono le commesse come quella ragazza: annoiate, distaccate, superiori, fredde, glaciali, indifferenti, addirittura pungenti come le ortiche. Ogni donna sa cosa significhi incappare in queste ultime.

Mi avvicinai al reparto magliette.

“C’è qualche maglietta coi toni dell’arancio?”.

Senza alzare il capo, la commessa rispose: “Sì, c’è, ma non adatta alla sua età”.

Ecco…l’aveva detto!

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 Se le frecciatine sul peso potevano passare quasi inosservate, –alla sua età– non sarebbe passato mai!

Quello fu il momento di decidere: uscire dal negozio, fuggire via, evaporare, sparire o… ucciderla!

Dal mio ombelico partì un vermetto che cominciò a ballare e a salire su, su fino al cervello e… decisi: ucciderla, ammazzarla, ridurla a straccio, pestarla, distruggerla, frullarla!

“Vuoi la guerra, ragazzina? E guerra sia!!!”

* * *

 

Afferrai la prima maglietta che stava accanto a me, la prima, non importava il colore, la forma, il disegno: la prima.

“Prenda la misura  L, la provo”, dissi con voce ferma e decisa, alzando la maglietta verso il suo muso, muso di strega malefica!!

“E’ elasticizzata”, rispose la strega, “si vedranno i rotolini e ha l’oblò sulla schiena”.

“I rotolini de che?? Ma questa è scema!!”

“La prenda!”. Il mio tono non ammetteva repliche.

La streghetta mise in tasca il cellulare e mi guardò negli occhi: “Non è adatta a lei”, disse con tono appena più pacato.

“In che senso, scusi?”, chiesi con una calma da iceberg che non faceva presagire nulla di buono.

“Ripeto: è elasticizzata e non adatta alla sua età”, spiegò, scandendo le parole una ad una.

La voglia di afferrarla per i capelli e stenderla a terra era enorme. Restai ferma a guardarla e a tenere la maglietta sollevata.

“La prenda comunque!”, replicai secca.

Il vermetto intanto si divertiva a ballare il cha cha cha nella mia testa, le mani erano sempre più sudate, il respiro cortissimo.

Ero in guerra, in guerra con una streghetta presuntuosa ed arrogante.

“ I rotoli ce li ha tua sorella!”, urlai in silenzio.

Restammo a guardarci fisse per un tempo che mi sembrò infinito: saette e lampi schioccavano attorno a noi, gli …ANTA contro gli …ENTI!

Se fosse entrato qualcuno nel negozio sarebbe di certo stato fulminato all’istante dall’aria elettrica che si era formata attorno a noi due.

.“<>. Pidocchiosa mocciosetta, come ti permetti?! Li ho avuti pure io vent’anni, che ti credi?Arrivaci  alla mia età, arrivaci, poi vediamo.…, vediamo se ti piacerà sentirti dire “non adatta alla sua età”… i rotoli…i rotoli li hanno tua zia, tua cugina, tua nonna…è una vita che mangio pomodorini e verdurine…i rotoli!! Prendi ‘sta maglietta o ti stendo!!”.

Il vermetto adesso ballava il rock and roll , ero in un turbinio di pensieri furiosi e nemmeno mi accorsi che la ragazza era andata a prendere la maglietta nel retro del negozio.

 

* * *

 

La sua voce mi fece trasalire.

“Eccola, la maglietta!”, disse a voce un po’ troppo alta, posando la maglietta sul bancone ed esibendo un fenomenale colpo di capelli.

Se avessi avuto delle forbici li avrei azzannati quei suoi capelli, li avrei ridotti a spaghetti sminuzzati, ne avrei fatto tappetino da bagno!

“Dove si trova il camerino?”, chiesi quasi balbettando. Ero confusa, nel pallone, agitata come se ne andasse del mio onore, onore di …anta. In fondo stavo lottando per tutte le …anta che facilmente vengono messe KO dalle …enti stupidotte.

Stupida, a dire il vero, mi sentivo io ad agitarmi per quelle fesserie, ma ormai ero in guerra e l’avrei combattuta sino all’ultimo fendente!

Entrai nel camerino, chiusi la porta a soffietto e ignorai lo specchio. Buttai sullo sgabello l’impermeabile, sfilai il maglione e tolsi anche la canotta interna: in quel momento anche un millimetro di stoffa in più poteva avere la sua importanza!

Ero sudata, appiccicosa, respiro sempre più corto.Il mal di gola riprese a tormentarmi.

Presi la maglietta e mi accorsi solo in quel momento che era gialla, un giallo pallido, con una stampa sul davanti e non capivo cosa rappresentasse, forse uno scudo con un’aquila in volo sopra un camioncino. C’erano anche delle scritte in inglese, o forse in aramaico, o in cirillico, in tedesco, non so, non importava in quel momento, non importava nulla, solo che quella benedetta maglietta mi entrasse!

Agitata com’ero, non seppi dove infilare le braccia e la prima volta sbagliai infilando un braccio dentro il buco della schiena.

La maglietta era elasticizzata, non troppo però, era morbida, di buon cotone: era una Lewi’s, un marchio che non mi aveva mai delusa (vent’anni fa…).

Intanto la streghetta era lì, dietro il soffietto, sentivo il suo fiato: aspettava…

Dovevo calmarmi: feci un bel respiro, contai fino a cinque e riprovai ad indossarla.

“Dai, dai, non deludermi adesso; scivola su di me come seta, sii buona magliettina cara, scivola…”.

 Oh mamma, ero proprio fusa! Ma che stavo combinando?

“Ma che faccio? Prego?? Non ho  mai tenuto a queste cose, che mi prende?? Mi sa che sto davvero invecchiando!”

Infilai la maglietta e diedi uno sguardo veloce allo specchio. Poi…continuai a guardare lo specchio.

 

* * *

 

Lentamente, molto lentamente, aprii il soffietto del camerino e feci qualche passo verso la commessa, camminando come fossi sulle nuvole. Alzai la testa e la guardai: lampi verdi trafissero i suoi occhi. Poi il gran colpo: feci una mezza piroetta con le mani ai fianchi e dondolai come Anita Ekberg nella fontana di Trevi.

Ahhh…se solo certi attimi si potessero fermare e far durare ore…!!!

“Non credevo” disse a voce bassa la strega, “lei è una falsagrassa”.

“Che sono io? Non si dice falsomagro?”

Non risposi, tornai in camerino lentamente, mooooolto lentamente, mi rivestii e andai verso la cassa con la maglietta in mano.

Lei era lì: “Allora la prende? Le sta bene, la ringiovanisce”.

Ahhhhh…il vermetto ballava adesso un dolce valzer dentro la mia pancia.

“No, non la prendo, la qualità è scadente”, risposi con voce ferma, mentendo spudoratamente.

Lei arrossì mentre adagiavo la maglietta sul bancone.

La guardai e, con un rapido movimento della testa, diedi un fantastico colpo di capelli. Il mio caschetto liscio e semilungo ubbidì alla perfezione. Mormorai un saluto e lentamente uscii dal negozio, con il timore che la notte avrei faticato a dormire per quel colpo di capelli: la cervicale mi avrebbe di certo tormentata.

Eh…gli Anta…favolosi Anta!

 

NOTA

 

Per meglio rievocare ed annotare le sensazioni vissute, mentre scrivevo questo racconto nelle calde sere d’agosto, ho voluto indossare la maglietta Lewi’s Strauss giallina con l’oblò sul dietro.(mmmhhh…delizioso l’oblò col caldo che fa in estate…).

Sì, perchè alla fine la maglietta l’ho acquistata; mai avrei rinunciato ad averla, era il mio trionfo sulla streghetta.

Prima di uscire dal centro commerciale chiesi a mio nipote di andare nel negozio Lewi’s, gli diedi i soldi e precise indicazioni sulla maglietta da comprare.

“Zia, ma è per te?”

“Sì, c’è qualcosa che non va??!!””

“Ma…”

“Zitto, fila, di’ che è per la tua ragazza e tieni pure il resto dei soldi!”Sorriso