Ieri, percorrendo l’autostrada Catania – Messina, ho visto coi miei occhi la “tragedia annunciata”.

Non avevo ancora voluto scrivere in questo space della frana abbattutasi sui  paesi della provincia di Messina, non ne ho avuto la forza: la rabbia, il dolore, la vergogna erano troppi e pesanti, acuiti da ciò che leggevo sui giornali, in altri blog, dalle immagini in tv.

Dolore, rabbia, vergogna: parole pesanti così come pesantissima è l’affermazione;<<Una tragedia annunciata>>. In questa, detta da tante, da troppe persone, ci sta dentro tutto: l’indolenza, l’egoismo, la superficialità, la stupidità, la noncuranza che spesso caratterizzano, purtroppo, noi siciliani.

Tanto bella è la nostra terra e tanto male la trattiamo.

Tanto la amo e tanto mi addoloro e mi rattristo quando accadono situazioni del genere.

Se tragedia doveva essere per quelle popolazioni, avrei preferito mille volte che fosse stata causata da un terremoto, da un ciclone, da uno tzunami e non da una montagnola crollata e che si sapeva da tempo fosse a rischio di crollo.

Oggi sono state messe sotto i riflettori le costruzioni abusive e l’eccezionalità dell’evento meteorologico, dimenticando che esse eventualmente sono delle concause, che hanno contribuito a determinare la «tragedia annunciata», perché molte case che sono state cancellate dal fango c’erano anche trecento anni fa. Tanto si è parlato della casa costruita sul greto del fiume, sulla costa, e che ha fatto da tappo al fango; scandalosa, e vergognoso il fatto che qualcuno ne abbia autorizzato la costruzione e nessuno l’abbia poi fatta abbattere. Ma la montagna è venuta giù dall’alto e la distruzione è iniziata prima di quella casa, divenuta simbolo di sfacelo. Lo sfacelo c’è ma le cause primarie sono altre e te ne accorgi subito guardando gli enormi massi franati a monte del paese e che ora giacciono sui resti delle case, nelle piazze e nelle strade e osservando le colate di  fango che hanno trascinato giù altre case, lontanissime dalla famigerata casa sul greto.
Le cause all’origine delle valanghe di fango sono rappresentate dalle colline sovrastanti i paesi coinvolti dagli eventi franosi. Queste colline una volta erano coltivate, contribuendo a mantenere la stabilità del terreno e la regimentazione delle acque, ma c’erano anche i boschi e il sottobosco che davano compattezza alle colline stesse e rallentavano lo scorrimento delle acque piovane. Oggi nessuno lavora nelle campagne, perché non è più redditizio, e i boschi non ci sono più a causa degli incendi.

 

L’estate scorsa, mentre mi trovavo in spiaggia in uno dei paesi vicino a quelli coinvolti dalla frana, ho visto bruciare la montagna che lo sovrasta.

C’era vento quel giorno, faceva caldo, ma non un caldo da far pensare all’autocombustione. Improvvisamente ho visto un filo di fumo, anzi, sette, sette (7) fili di fumo, sette focolai d’incendio partiti in perfetta contemporaneità in sette(7) punti diversi e molto distanti della montagna. I focolai, alimentati dal vento, nel giro di un’ora sono diventati un unico enorme incendio con fiamme altissime, ben visibili dalla spiaggia, che hanno avviluppato tutto il monte. I soccorsi sono stati repentini: vigili del fuoco, forestali, polizia municipale, volontari, due canadair. Tutti hanno lavorato fino a tarda sera anche per evitare che l’incendio arrivasse al paese in cima alla collina. L’indomani del verde della montagna non restava più nulla, la montagna era di un solo colore:nera.

In spiaggia si dicevano tante cose; si diceva che per un buon pascolo occorre un periodico “buon incendio”, si diceva dei canadair, un solo viaggio pare costi 600 euro, si diceva dei forestali che lavorano con impieghi giornalieri. Si dicevano tante cose. Io non so se si diceva giusto o sbagliato, so solo che ho visto partire 7 incendi in contemporanea in 7 punti distantissimi della montagna, so che non c’era molto caldo ma parecchio vento e sono certa che non ci sono stati 7 automobilisti distratti che, simultaneamente, hanno buttato in punti diversi, 7 cicche accese di sigaretta dal finestrino delle loro auto.

 

Ieri ho visto quel monte nero sovrastante la mia spiaggia, franato leggermente in alcune zone, ho visto altre colline semi-ingabbiate da grosse reti e punti in cui la rete non ha retto, ho visto un frigo e una carcassa di auto nel greto di un fiumiciattolo, ho visto quei tre paesi mortalmente feriti dai massi e dal fango.

Ho visto anche un cielo cosparso di nuvole nere e bianche, un mare grigio.

Ho visto poi che le nuvole si diradavano, che spuntavano sprazzi di azzurro, ho contato almeno cinque arcobaleni e ho visto il mare ritornare luccicante e chiaro.

 

Che questa tragedia annunciata e realizzata, che questo dolore, che questa vergogna, abbiano il potere di far smuovere le coscienze in tutti noi e determino un serio cambiamento di rotta.

Non è troppo tardi, possiamo farcela, dobbiamo farcela.

Io voglio ancora crederci.

 

Non posto immagini della distruzione dei paesi del messinese,

il web ne è pieno e mi addolora vederle.

Preferisco una rosa, solo una rosa per coloro che oggi ancora sono sotto il fango

e per chi sta vivendo nel dolore e nella disperazione

 per aver perso i propri cari, le case, il lavoro.

Maria Rosaria

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