Un impegno di lavoro mi ha condotta nella Repubblica Slovacca, cuore dell’Europa. Ero stata 20 anni fa in Cecoslovacchia (puoi serenamente ancora usare questo nome, i cechi e gli slovacchi non si offendono, sono amici anche se ormai pacificamente separati) e, senza nulla togliere alla bellezza di Praga, serbavo un ricordo triste di quella nazione, di quei luoghi poveri e sofferenti, con gente umile che si muoveva con la schiena china e gli occhi velati di sottile paura.

La percezione in quest’ultimo viaggio nella terra dei Piccoli Carpazi si è fortunatamente modificata; accompagnata dai colleghi slovacchi, ho visto, nelle pause di lavoro, luoghi di semplice bellezza e gente sorridente e allegra, con tanta voglia di un futuro radioso e nessuna nostalgia di un passato buio e freddo, un passato sovietico che ogni slovacco oggi vuole solo dimenticare.

Tralasciando gli aspetti di lavoro, arricchenti, ma che riguardano solo gli addetti al settore – scuola, definisco questo mio soggiorno a Bratislava e dintorni piacevolmente sorprendente soprattutto perché ho scoperto la magnificenza del fiume. Sì, il fiume, ambiente che non conosco, che non vivo perché nella mia zona è inesistente, in questo viaggio, guidata da persone che lo amano, si è mostrato in tutta la sua interezza.

 

 

                             

Avevo già visto il Danubio, lo avevo incontrato nell’austera Vienna, a Budapest, ma il viaggio fai da te e guide turistiche frettolose ed annoiate non mi avevano permesso di apprezzarne le autentiche bellezze.

Comincio col dire che il Danubio è davvero blu; complice il bel tempo e il cielo limpidissimo, quest’enorme distesa d’acqua appare azzurra e limpida e regala paesaggi variegati e sorprendenti. Il tratto di fiume che ho ammirato col battello, pur trafficatissimo di navi merci, di barche a vela, traghetti, battelli, piccoli pescherecci, non ha rivelato grandi e spesso disastrosi interventi dell’uomo; argini naturali, formati soprattutto da colline ricche di vegetazione, scogliere orlate di pini, spiagge bianchissime, isolotti, piccoli porticcioli, baite, casette galleggianti e case palafitta di pescatori o di villeggianti. Guardavo a destra e c’erano le verdi calette austriache, mi giravo a sinistra e si innalzava la piccola, colta e vivibile Bratislava, con i tetti rossi ed aguzzi delle case, coi balconi barocchi, con le viuzze strette strette e le piazze spaziose, coi campanili di bronzo delle chiese, con i suoi quartieri moderni, con i cinque grandi ed eleganti ponti di ferro, con le simpatiche ed ironiche statue di bronzo che trovi disseminate in tutta la città, con i curatissimi lungofiume, con le coloratissime facciate degli antichi palazzi. La vista del castello medievale di Bratislava ti accompagna per un lungo tratto di fiume, poi, risalendo il Danubio fino alla congiunzione con il fiume Modava, scopri l’antichissimo castello Devin e resti affascinata dall’aria pura che si respira dal torrione e dalla gente che affolla quel luogo: intere famiglie in bici, coi pattini, coi passeggini, coi cagnolini che si godono una stupenda mattinata di sole. Il panorama è mozzafiato: due fiumi che si abbracciano in un’unica ansa, placidamente, senza scossoni, attorniati da una vegetazione lussureggiante. C’è una pace incredibile: un piccolo monumento di marmo bianco crivellato da proiettili e con tantissimi nomi incisi su un fianco, sta lì, in memoria delle moltissime persone che, in quel punto di fiume, tentarono inutilmente di trovare la libertà tuffandosi in quelle acque gelide verso la sponda austriaca, verso il sogno.

 

 

 

Non so come definire l’isola degli uccelli, un lungo tratto di fiume reso quasi lago, con isolotti naturali ed artificiali utili a far nidificare migliaia di specie di volatili e abitato da pescatori: è un luogo talmente strano e bello che faccio fatica a descriverlo. L’ho ammirato in assoluto silenzio, senza ascoltare l’ornitologo che ci accompagnava e col costante pensiero di dire:–Io qui ci torno!

 

L’ultima sera, mentre tornavamo verso l’albergo con un bus sgangherato, dopo una buona cena gustata in un vigneto vicino il paese di Skalica, felicemente esausti dal tanto cantare insieme e dal buon vino, ho chiesto ai colleghi slovacchi di poter vedere il lungofiume di notte: illuminato dai riflessi dei lampioni arancioni, il Danubio scorreva placido e libero verso le altre città e verso il mare, portando con sè i desideri di un popolo giovane che insegue i sogni di una modernità da raggiungere senza frenesia, senza sbarramenti, senza argini, senza briglie.

E questa, alla fine, è l’immagine più cara di questo viaggio che porto con me: quelle acque che scorrono quiete e libere, così come dovrebbero essere tutti gli uomini del mondo: liberi di correre senza argini. Senza sbarramenti. Senza briglie.

 

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