Quattro giorni a Berlino, quattro giorni per visitare una metropoli otto volte più estesa di Parigi; quattro giorni possono bastare per avere un’idea di Berlino, certo non per viverla nella sua essenza, nei suoi fermenti culturali che sono moltissimi e in parte avverti, ma un’idea te la fai e torni a casa con delle impressioni molto personali, che spesso cozzano con quelle altrui, magari lette nel web prima della partenza.

Premesso che adoro viaggiare, che sono stata benissimo in quei quattro giorni con marito ed amici, premesso che è andato tutto bene, che i voli sono stati puntuali e piacevoli, che non ci sono stati furti e intoppi vari, che l’albergo era buono e pulito, devo ammettere che Berlino mi ha lasciato impressioni contrastanti e, al di là dei musei(spettacolare il Pergamon Museum) e dell’enorme preziosità che questi contengono a livello artistico, archeologico e storico, musei che non puoi visitare tutti in breve tempo, non so dire se un giorno mi piacerebbe tornarci.

Di Berlino abbiamo un’idea storica che non esiste più e di cui non trovi quasi più traccia. E aggiungo: per fortuna!

Il suo fascino non sta nel passato, ma nel suo aver saputo risorgere dalle ceneri.

Le tracce del passato che trovi sono state lasciate o ristrutturate ad uso e consumo del turista.

 

 Kaiser Wilhelm Gedachtniskirche, ad esempio, chiesa dell’imperatore Guglielmo, detta anche “dente cavo”, simbolo della città, chiesa in buona parte distrutta dalle bombe della guerra, lasciata in pratica così com’era, con il campanile mozzato, come a voler ricordare quegli anni tremendi. Accanto c’è un moderno ed enorme monumento ottagonale di vetri blu, oggi nuova chiesa, che stride contro l’inquietante bellezza della chiesa antica.

Cosa dire del “muro” che nel dopoguerra ha diviso Berlino, la Germania e i suoi abitanti, per lunghissimi anni? È impossibile, oggi, immaginare e rivivere la tragicità e l’umiliazione sofferte, alla presenza di quello che, per decenni, fu un invalicabile, mortificante sbarramento. Questo tragico manufatto appare oggi, per tratti non ancora rimossi, come una cartolina pieghevole ad uso e piacimento di passanti e turisti. Le visite e le foto di gruppo non si contano. Manualetti esplicativi nelle varie lingue sono offerti per pochi euro e in tutti i negozietti di souvenir si vendono pezzetti di muro, incastonati in teche di plastica.

La sua storia è lungi da un desiderato oblio.

E ancora: il Check Point Charlie, un tempo unico punto di passaggio del muro per diplomatici e stranieri, dove ora c’è una pacchiana rappresentazione di soldati che fanno foto a pagamento e il vicino museo degli orrori del muro. La ricostruzione del sito è una mera attrazione per turisti come pure il museo che ammicca le sue insegne sopra la lunga fila di persone in attesa di entrare.

E non mancano bancarelle di cimeli DDR, magliette CCCP con falce e martello, colbacco dell’armata rossa, cappotti sovietici e molto altro ancora. E’ la fiera del merchandising -guerra fredda. Grandissima tristezza.

Piccoli gioielli del passato sono anche le residenze dei reali di Prussia e la facciata esterna del municipio. Interessante anche la Porta di Brandeburgo, che, oltre ad evocare i fantasmi della seconda guerra mondiale, ricorda la divisione durante gli anni della Guerra Fredda. Oggi è tuttavia il simbolo della riunificazione tedesca. Proprio sotto la porta, segnalato da un percorso in mattoncini sull’asfalto, il ricordo del passaggio del muro è elemento caratteristico della zona.

Ma voltiamo pagina. “Svolta”: è la parola più usata a Berlino.

                     

L’immensità dei luoghi è ciò che subito ti colpisce: le strade larghe circa 70 metri, le piazze grandi come tre campi di calcio, l’enormità dei palazzi moderni, modernissimi, in acciaio e vetro, eleganti, di alta architettura d’avanguardia e che mi hanno ricordato, in certe zone, i quartieri di New York. Il Sony Center ti lascia senza fiato con la sua struttura che sfida le antiche leggi della gravità. Indicatori di diffuso benessere sono poi le facciate degli edifici, i negozi lussuosi dalle vetrine incantevoli, le animazioni notturne consumate all’insegna del buon umore e della certezza che nulla e nessuno può arrecare disturbo. La città è pulita, ordinata, poco traffico di automobili, mezzi pubblici efficienti e c’è un senso di sicurezza generale, con gendarmi sorridenti ovunque e popolazione cordiale. Nessun segno d’antagonismo tra i cittadini e, tanto meno, di rovine belliche, ma quartieri realizzati con cura e dovizia di mezzi e materiali. La ricostruzione ha trasformato profondamente il volto della città ed ha annullato per sempre le immagini catastrofiche del post evento bellico.

Non mancano informi edifici residenziali delle classi operaie.

Guardandoti attorno ti rendi conto che c’è ancora discontinuità ed  eterogeneità architettonica, ma comprendi facilmente l’enorme sforzo di ricostruzione (e di dispendio di denaro) che si è attuato: non c’è nessun’altra parte del mondo in cui la storia abbia lasciato ferite tanto profonde, non solo nella fisionomia della città, ma anche nella vita quotidiana della gente. Berlino e i berlinesi hanno dovuto scrollarsi dalle spalle il peso della tragicità della guerra: non è stato e non è ancora facile: c’è pudore e ritrosia del passato, ma la città non ha ceduto alla tentazione di ripiegarsi sui propri drammi, è riuscita a trovare la forza di combattere per il proprio futuro, con l’unificazione e con la cancellazione e lo sradicamento del passato per rimpiazzare ogni singola pietra con nuovi, modernissimi interi quartieri, oggi nuovi riferimenti dell’odierna Berlino.

 Questo, in definitiva, è il suo fascino.

 

 

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